«Il mio amico Wise al Como? Lui è un vero cuore d’oro»
Carlo Cudicini

«Il mio amico Wise al Como?
Lui è un vero cuore d’oro»

L’ex portiere Cudicini conosce molto bene il Ceo degli azzurri

Carlo Cudicini oggi ha 48 anni e lavora ancora per il Chelsea, dove è responsabile dei giocatori in prestito della società. In qualche modo da sabato sera è campione d’Europa. Lì dove ha giocato 10 anni da portiere, e dove è stato sia nello staff di Antonio Conte che di Maurizio Sarri. I tifosi meno giovani del Como se lo ricorderanno, giovane talento di scuola Milan, a 20 anni, fare la prima esperienza da calciatore “vero” negli azzurri, nell’anno della promozione in B di Tardelli. C’era molta curiosità sul figlio del “Ragno Nero”, il grande portiere del Milan Fabio, ma dopo tre partite venne messo out da un problema all’osso del polso e non giocò mai più. Ora Cudicini, che abita a Londra, si ritrova il suo vecchio capitano Wise al Como. Una specie di amarcord.

Ha visto il nuovo progetto del Como con Wise?

Certo. Non che la stampa ne abbia parlato tanto, ma quando ho saputo della cosa mi sono informato. Non credevo fosse così coinvolto, pensavo a una consulenza. Ma invece ho visto che è una figura apicale.

Cosa ricorda del suo Wise?

Io ho conosciuto lo Wise più maturo. Quando sono arrivato io nel Chelsea, lui era già capitano e ho sempre avuto la percezione di una persona seria, matura.

Qualche ricordo?

Che quando arrivai, io non parlavo inglese ed ero un po’ intimorito da quella figura. Mi nascondevo un po’, ero giovane. Ma poi lui venne fuori nella sua statura di persona. Ad esempio si battè perché i premi fossero anche per chi non giocava. Era uno che si spendeva per la collettività e per questo era molto considerato.

Era uno molto vigoroso.

Sì, in campo gli piaceva fare delle entrate un po’ dure. Anzi, capitava a volte che una partita fosse un po’ noiosa, e allora lui la voleva risvegliare con un’entrata dura, vigorosa che accendesse l’entusiasmo sugli spalti. Il calcio inglese in quegli anni era un po’ così. Oggi forse è diverso.

Sa che Wise da tempo si occupa del progetto Garuda per i giovani indonesiani?

Non lo sapevo ma non mi sorprende. Perché molti ovviamente raccontano dei suoi colpi estrosi, ma si dimenticano di dire che Dennis è stato sempre molto attento alle Charity e fuori dal campo si è speso per le cause nobili.

Qual è il ricordo più bello che lei ha di Wise?

Non c’è dubbio: quando venimmo a giocare a San Siro contro il Milan. Io ero in panchina, e per me solo entrare in quello stadio, per via di mio padre e del mio percorso nelle giovanili rossonere e per il mio debutto in Champions da ragazzino, è sempre stato speciale. Poi il Chelsea non era come quello attuale, abituato all’Europa: erano le prime trasferte nelle grandi piazze d’Europa. Wise segnò un gol bellissimo che ci qualificò. Addirittura su quel gol i tifosi inventarono un coro che cantavano sempre allo stadio e che diceva più o memo così: «Wise scores at San Siro».

Wise parla poco con la stampa. La sorprende?

No. Anche qui non ricordo interviste nè da giocatore, nè da allenatore, nè da dirigente. Uno di poche parole e tanti fatti.

Ma lei come ci finì al Chelsea?

Dopo l’esordio in Champions con il Milan, poi il Como, il Prato, il Castel di Sandro e uno spiraglio alla Lazio rovinato da un brutto infortunio, fu Marchegiani a consigliarmi a Vialli che allenava il Chelsea e che cercava un portiere. Alla fine, tra panchina e annate da titolare, rimasi lì 10 anni.

E del suo periodo al Como, cosa ricorda?

Per me Como è una ferita aperta. Ho un ricordo malinconico e allegro allo stesso tempo. Era la mia prima esperienza da giocatore vero, fuori dalle giovanili, e ci ero arrivato con grande entusiasmo. Ma la malinconia viene dal fatto che dopo tre partite mi infortunai e dovetti mollare tutto. Non giocai più. Franzone fu bravissimo, ma certo mi sarebbe piaciuto giocarmela in campo quella promozione.

Che infortunio?

Avevo un ossicino del polso non bene irrorato dal sangue. A un certo punto, dopo tanto patire, decidemmo per l’operazione, mi allungarono l’ulna di 6 cm. Ma fu impossibile rientrare quella stagione. Ricordo la festa di Verona, cui partecipai dalla tribuna. E poi ho un altro ricordo.

Prego.

Durante una delle prime partitelle nel ritiro di Chiavenna, un fotografo fece una foto di me in porta con un corvo appoggiato beatamente sulla traversa. Quando ebbi l’infortunio, fu facile collegare quella foto come episodio non bene augurante.

Ha mantenuto contatti con quei compagni?

Con mister Tardelli, innanzitutto, poi con Zappella con il quale eravamo stati assieme nelle giovanili del Milan. Adesso si occupa di scuole calcio in Vietnam.

Scusi la curiosità, mai sentita la storia della Essien che comprò il Como?

Francamente no. Poi mi è arrivata all’orecchio, ma ci ho capito poco.


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