Como e la strage dei bimbi,  negli atti dell’inchiesta  la rabbia del padre
Como fiori davanti all'entrata del palazzo di via per San Fermo (Foto by Andrea Butti)

Como e la strage dei bimbi,
negli atti dell’inchiesta
la rabbia del padre

Nuovi elementi nelle carte ottenute da La Provincia dopo l’archiviazione

All’indomani dell’archiviazione dell’inchiesta sull’omicidio-suicidio di via per San Fermo dell’ottobre scorso, il Tribunale ha accolto la richiesta de La Provincia di «accedere agli atti del fascicolo». E dai documenti emerge come in Comune si temessero «agiti imprevedibili» da parte del genitore che ha appiccato l’incendio alla propria abitazione, decretando la morte sua e dei quattro figli: Siff, 11 anni, Sophia, 7 anni, Soraya, 5 anni e Saphiria, 3 anni.

Se si vuole trovare il primo refolo di vento che ha generato l’uragano e inghiottito quell’uomo e la vita di quattro bambini, bisogna cercarlo nel mese di aprile, sei mesi prima della strage. La rottura si consuma in un incontro avuto dall’uomo con l’assistente sociale del Comune. È la stessa, in una relazione inviata il 27 giugno al Tribunale dei minori, a raccontarlo: «Il motivo dell’atteggiamento di totale chiusura» del padre «sembra dettato da un confronto avuto» nel mese di aprile «su questioni di natura economica. In un’occasione il signor Haitot ha formulato richiesta di contributo economico che, di fatto, è stata rifiutata in quanto, sulla base della sua situazione Isee (l’indicatore della situazione economica ndr) e del regolamento vigente, non era compatibile».

Già in quella relazione di giugno assistente sociale e psicologa del Comune raccomandano di fatto al Tribunale di valutare la possibilità di togliere i bimbi al padre in quanto «il collocamento presso di lui non» è «sufficientemente tutelante per i minori» e sottolineano «l’impossibilità di attivare qualsiasi intervento a sostegno» della famiglia. Da quella relazione emerge il quadro di un «padre preoccupato più di salvaguardare un’immagine positiva di sé e del proprio ruolo genitoriale che di agire in funzione dei reali bisogni dei figli», un uomo soggetto a «smisurate reazioni di rabbia portate avanti con toni minacciosi» alla minima frizione. Quattro mesi prima della strage viene anche riferito al Tribunale dei minori che è stato notato «l’acuirsi di aggressività e insofferenza» da parte di Haitot.

Un ulteriore motivo di attrito tra il padre dei quattro bimbi e il Comune è la decisione, comunicata il 13 luglio dalla dirigente dei Servizi Sociali di sospendere la concessione dell’assegno familiare (1.800 euro all’anno che gli Haitot ricevevano dal 2014) perché «sono state rilevate incongruenze in merito alla dichiarazione della residenza». Faycal e i figli risultavano ancora residenti in via Bellinzona, da dov’erano stati sfrattati tre anni prima. A nulla è valsa la risposta dell’uomo che ha precisato come gli accordi per la concessione, da parte della Fondazione Scalabrini, della casa dove abitava impedivano il trasferimento della residenza in via per San Fermo.

Da questo momento tra l’uomo e il Comune è guerra aperta. Negli stessi giorni (i Servizi sociali nella loro relazione parlano del 21 giugno, la cooperativa che gestisce lo spazio famiglia del 10 luglio) si tiene anche l’ultimo incontro tra i bambini e la madre. I responsabili della Cooperativa Il Manto scrivono al Comune per sottolineare le rivendicazioni del padre e il suo atteggiamento provocatorio. Il 22 agosto il Tribunale convoca Haitot .

Il 13 ottobre, tre giorni prima del colloquio con il giudice onorario e sette prima della strage, il Comune invia a Milano una relazione urgente in cui si legge: «Si ribadisce la forte preoccupazione per i minori, che non risultano tutelati nei loro bisogni dal genitore»; «li priva di diritti fondamentali»; «ha mostrato unicamente un atteggiamento rivendicativo e vittimistico»; «ha strumentalizzato i figli»; «l’unico intervento possibile a tutela dei minori» è «rappresentato da un loro collocamento in contesto etero familiare» ma questo «non è stato possibile in quanto non si ravvisano le condizioni per attuarlo con modalità minimamente tutelanti per i bambini» in quanto «l’operato» del padre «non fa escludere la messa in atto di agiti imprevedibili. Per tali condizioni il collocamento dei minori può essere immaginato soltanto in forma coatta alla presenza delle forze dell’ordine e con il rischio di esporre i minori a comportamenti fuori controllo da parte del padre». Sette giorni dopo, la strage.

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