Coronavirs: «Dalla Regione  Ai medici indicazioni generiche»
Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei medici

Coronavirs: «Dalla Regione

Ai medici indicazioni generiche»

Un mese prima del caso di Codogno il ministero scrisse : dovete allertare tutti

Il presidente dell’Ordine dei Medici di Como Spata: «Ricevemmo una lettera, ma senza linee guida precise. Arrivarono un mese dopo, quando io ero già ammalato»

La Regione Lombardia s’è mossa per tempo oppure ha sottovalutato l’emergenza coronavirus? Secondo le prime indiscrezioni dall’analisi dei documenti ufficiali acquisiti dalla Procura di Milano - che indaga sulle morti al Pio Albergo Trivulzio - un primo allarme Covid partito dal ministero sarebbe stato ampiamente sottovalutato dai vertici della sanità lombarda. Lo rivela il quotidiano La Stampa e, indirettamente, lo conferma anche il presidente dei medici comaschi, Gianluigi Spata. Lui e gli altri medici di famiglia hanno infatti ricevuto le prime indicazioni concrete su come comportarsi con il Covid, a emergenza già ampiamente scoppiata («ricordo che la lettera arrivò proprio nei giorni in cui io mi sono ammalato» rivela lo stesso Spata).

La circolare

La ricostruzione di quelle giornate passa inevitabilmente dai documenti protocollati. E, in particolare, dalla circolare che il 22 gennaio scorso la direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, inviò agli assessorati alla Sanità delle varie regioni, Lombardia compresa.

In quella circolare, accanto alla cronistoria del virus e a una serie di raccomandazioni generali, viene espressamente raccomandato «per motivi precauzionali che il personale sanitario» indossasse «mascherina e protezione facciale, camice impermeabile a maniche lunghe non sterile e guanti. Qualora siano necessarie procedure che possano generare aerosol, la mascherina dovrebbe essere di tipo ffp2». Quindi, un mese prima dell’esplosione della pandemia da Codogno al resto della Lombardia, il ministero invitava i vertici regionali della salute a raccomandare l’uso di dispositivi di autoprotezione per i medici. Peccato che quell’informazione non si sia tradotta in un intervento concreto.

La circolare, infatti è arrivata a destinazione ma non in termini di linee guida e protocolli da seguire: «Il 24 gennaio - chiarisce Gianluigi Spata - ricevemmo dalla nostra Ats una lettera che forniva alcune informazioni e definizioni molto generiche, senza però indicazioni chiare». Soprattutto «nulla si diceva riguardo all’uso dei dispositivi di protezione». Eppure la circolare del ministero aveva spinto l’assessore regionale al Walfare, Giulio Gallera, a riunire una task force sul tema. Lo stesso Gallera assicurò: «Abbiamo emanato alcune indicazioni procedurali importanti per i medici di base», ovvero linee guida da seguire per non farsi cogliere impreparati (come invece è successo). Indicazioni, però, che ai destinatari non sarebbero mai arrivate. Anche se lo stesso Galleria, ieri, in una nota in cui ha bollato come «vergognose e infondate» le accuse dei ritardi, ha precisato: «La Regione ha dato piena e pronta attuazione alle linee guida del ministero che avevano per oggetto le modalità di presa in carico dei cittadini al rientro dalla Cina e i loro contatti che presentavano sintomi riferibili al Covid, trasmettendole a tutti i rappresentanti del sistema socio-sanitario il 23 gennaio».

Le linee guida

«Ripeto, il 24 gennaio effettivamente la nostra Ats ci scrisse, ma il documento conteneva indicazioni estremamente generiche e non indicava alcuna linea guida da seguire con gli eventuali pazienti positivi» ribadisce Spata.

La prima circolare contenente quelle linee guida - ma in cui non vi era alcuna indicazione su protocollo di intervento - per la gestione del Covid arrivò soltanto il 23 febbraio, ovvero un mese dopo alla circolare del ministero e soprattutto due giorni il caso di Codogno. «In quella lettera, effettivamente, si davano indicazioni sull’utilizzo di dispositivi di autoprotezione - conferma il presidente comasco dell’Ordine dei medici - ma ormai trovare una mascherina, anche al mercato nero, era diventata un’impresa».


Paolo Moretti Giornalista

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