In casa di riposo ancora tanta paura  Porte chiuse nonostante i vaccini
La direttrice di Ca’ d’Industria Maria Bianchi nella stanza degli abbracci donata dalla Cgil a Rebbio (Foto by butti)

In casa di riposo ancora tanta paura

Porte chiuse nonostante i vaccini

I responsabili delle varie strutture per anziani hanno deciso: abbracci a distanza - «Non c’è la sicurezza matematica che il virus non circoli più. E poi temiamo le varianti»

Como

Le Rsa, nonostante l’arrivo del vaccino, sono ben lontane dal ritorno alla normalità. Gli ultimi quattordici mesi per le 56 case di riposo del Comasco sono stati drammatici, l’avvio della campagna vaccinale a metà gennaio ha rappresentato una grande fonte di speranza. Le vaccinazioni, salvo rare eccezioni, sono ormai concluse, ma le porte delle strutture per la terza età restano chiuse. Solo poche Rsa permettono ai parenti di salutare in presenza i nonni, distanza e dispositivi di protezione sono una realtà che durerà ancora a lungo.

«La sicurezza matematica ancora non c’è – spiega Walter Sgroni, argegnino, da trent’anni direttore di case di riposo ora impegnato in Val d’Intelvi – nonostante siano stati vaccinati la totalità degli ospiti e la quasi totalità degli operatori il virus potrebbe ancora trovare degli spazi. I saluti si fanno solo dal vetro. La responsabilità, del resto, ricade sui direttori sanitari delle singole Rsa. Qualcosa però bisogna fare, dobbiamo permettere ai figli con la bella stagione di incontrare i genitori. Altrimenti vince il senso di abbandono». Le Giuseppine, dopo la seconda ondata, sono state tra le prime Rsa Covid free. Erano iniziati gli incontri in presenza previo tampone rapido, salvo tornare ai saluti dal vetro. «L’ultimo protocollo che le autorità politiche e sanitarie ci hanno inviato è identico ai precedenti – dice il presidente Patrizio Tambini – mascherine, distanze, isolamento. Tamponiamo tutti, anche i vaccinati. Certo ospiti e famiglie ora sono più sereni, il vaccino garantisce una protezione dalla malattia. Ma la vita è come prima, ci aspettavamo un cambiamento, ma non c’è stato».

Molte stanze sono vuote, questo perenne isolamento allontana la comunità dalle Rsa. Portare un anziano in una casa di riposo significa non rivederlo. Secondo la direttrice della Ca’ d’Industria, Marisa Bianchi, bisognerà ancora stringere i denti, per le Rsa davanti ci sono dei difficili mesi di transizione. Anche al don Guanella i saluti si fanno dall’esterno e le misure sono ancora ferree.

«C’è anche il tema delle varianti – spiega Gennarino Balestra, direttore sanitario delle Marcelline – non è chiaro se sono in grado di eludere il vaccino. Da noi c’è una casistica pur ristretta di dipendenti che nonostante il vaccino hanno comunque contratto il virus. L’arrivo dei vaccini non ha per ora riaperto le Rsa. Anche accogliere nuovi ospiti è difficile. Alcuni over 80 non sono ancora stati vaccinati, dobbiamo chiedere agli ospedali che però sono molto gravati di richieste e di emergenze». La responsabilità è in capo non al governo o alla Regione, ma alle singole Rsa. Solo alcune residenze, pur con le dovute cautele, si riappropriano di qualche spazio. «Noi siamo ripartiti con i saluti in presenza – dice Paolo Agnesi, direttore delle case di riposo di Lomazzo e Bregnano – anche se a distanza, con le mascherine e per un tempo limitato. L’impressione è che fino a quando la società non riuscirà a costruire un’immunità di gregge la vita anche nelle Rsa non cambierà. Adesso le vaccinazioni qui sono quasi ultimate. Sono complete sugli ospiti. Sugli operatori mancava qualche dose e abbiamo trasmesso gli elenchi dei non vaccinati. Non per volontà, ma per impossibilità».


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