l’europa deve cambiare  Così rischia il collasso
Paolo Alli, parlamentare di Ncd dal 2013 al 2017, ex presidente dell’assemblea parlamentare della Nato

l’europa deve cambiare

Così rischia il collasso

A settant’anni dalla firma del Patto Atlantico, Paolo Alli, già presidente dell’Assemblea parlamentare della Nato, delinea le nuove frontiere della geopolitica a Le Primavere, giovedì 4 aprile alle 20.30 all’Auditorium della Camera di Commercio di Lecco insieme a Diego Minonzio, direttore de La Provincia.

Quali sono stati i momenti cruciali che ha vissuto nel corso della sua esperienza alla Nato?

Sono stati diversi, per la maggior parte positivi, come tutti gli incontri con i capi di governo che mi hanno messo a diretto contatto con le realtà nazionali di cui spesso si ha una visione parziale. Un’esperienza di grande interesse è stata il monitoraggio delle elezioni politiche: sono stato due volte in Georgia e una volta in Ucraina. In quelle occasioni ho potuto stare a contatto con la gente, con le organizzazioni non governative, con la stampa e ho potuto cogliere la complessità della politica di queste realtà locali. Molto significativi sono stati gli incontri relativi alle questioni dei Balcani occidentali, i contatti con le strutture militari e con la missione in Kossovo, ormai da sei anni comandata dagli italiani ma anche l’invito che ho avuto dalla Lega araba al Cairo per una relazione sulla Nato e la sicurezza internazionale.

Ci sono stati anche momenti difficili?

C’è stato un episodio negativo: ho subito un pesante cyber attacco nello svolgimento della mia funzione di presidente dell’assemblea parlamentare con l’intercettazione di una telefonata in cui il mio interlocutore si era spacciato per un altro. Una vicenda riconducibile a una azione di spionaggio internazionale ai miei danni da parte dei russi.

Come immagina l’Unione europea dopo le prossime elezioni?

Ci sarà un nuovo Parlamento europeo, una nuova Commissione e vedremo quali saranno gli equilibri politici che si costituiranno. L’impressione è che non ci sarà un enorme sconvolgimento anche se aumenteranno probabilmente le forze di destra e populiste, ma l’aspettativa è che ci sarà ancora un controllo da parte dei partiti più tradizionali. Le elezioni europee serviranno anche a verificare quanto la criticità del populismo sia reale o quanto sia un fenomeno transitorio per quanto importante. Su tutto questo influirà il tema della Brexit. Ma tutti questi elementi sono una ulteriore dimostrazione della crisi del multilateralismo come visione organica, sono esempi del riemerge dell’individualismo degli stati ed è stata proprio questa forza a condurre ai grandi conflitti. Per questo, dopo la seconda guerra mondiale, si è cercato di superare la divisione attraverso organismi multilaterali come la Nato.

Sono tutti sintomi di uno stesso rischio di disgregazione: ritiene che l’Unione europea sarà in grado di accogliere in modo costruttivo le spinte critiche per produrre un cambiamento interno?

L’Unione europea dovrà essere disponibile ad accogliere le istanze di cambiamento, pena il collasso del disegno stesso di Europa perché i padri fondatori furono in grado di mettere al tavolo del dopoguerra i vincitori e i vinti e insieme lavorarono per la ricostruzione di un continente. La logica fu quella del rafforzarsi reciprocamente mentre oggi sembra di essere al punto opposto, ma ora anche l’Ue deve rendersi conto, come sta facendo anche se molto lentamente, che la difesa dei confini comuni è importante proprio per un disegno confederativo. Se vogliamo arrivare agli stati uniti d’Europa dobbiamo lavorare molto più sugli aspetti politici che su quelli burocratici, il disegno politico deve essere sempre il vero obiettivo dell’azione.

Qual è lo scenario nel piano geopolitico che, per l’Italia, si rivelerà a breve il più critico?

Il Mediterraneo, il Medio oriente e la situazione dell’Africa sono le crisi più dense di conseguenze immediate sia per l’Europa che per l’intera comunità occidentale. Bisogna lavorare per la soluzione dei conflitti in Medio oriente e soprattutto per uno sviluppo reale e duraturo dell’Africa non soltanto per limitare i fenomeni migratori, piuttosto perché l’Africa è chiave di volta di una serie di tensioni ma anche promessa di enormi potenzialità.


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