San Rocco e quel risveglio di lacrime e sangue. Due anni fa il martirio di don Roberto

L’anniversario La mattina del 15 settembre 2020 la città si risveglia con le sirene di polizia e ambulanze e la notizia dell’omicidio di don Malgesini. Un sacrificio che ha commosso lo stesso Papa Francesco

Le sette del mattino sono passate da una manciata di minuti. Don Roberto si trova nella stradina davanti alla chiesa di San Rocco. Sta ultimando i preparativi delle colazioni da portare al dormitorio di via Napoleona, quindi in zona Porta Torre per i senzatetto di San Francesco e per quelli del Crocifisso e dei portici del Volta, infine alla stazione San Giovanni. Mentre è impegnato a spostare sacchetti e thermos, ecco comparire un uomo. Indossa vistosi pantaloni rossi. Don Roberto lo conosce molto bene: si chiama Ridha Mahmoudi, è tunisino ma vive in Italia da più della metà della sua vita. E sul curriculum ha almeno un paio di decreti di espulsione. Si avvicina al prete, che mille volte lo ha aiutato, approfittando di quella spinta verso la carità così naturale in un sacerdote per mettere in pratica il Vangelo stando accanto a chi soffre. Gli dice di aver mal di denti. E il don gli assicura: dopo il giro delle colazioni, ti porto in ospedale.

Mahmoudi, che nello zaino ha un coltello comprato mesi prima, attende il momento in cui don Roberto gli dà la schiena per colpirlo a tradimento. Quindi, insaguinato, si allontana. A passo veloce, verso la caserma dei carabinieri: «Ho ucciso il prete di San Rocco. Andate a raccoglierlo». Il processo a Como ha condannato l’omicida all’ergastolo. Da quelle udienze è emerso che don Roberto è morto per mano di un uomo che pensava di essere vittima di un complotto ordito da giudici, avvocati, poliziotti, carabinieri, medici e pure dallo stesso don Malgesini. Tutti alleati, secondo lui, per rispedirlo in Tunisia.

Un sacrificio, quello del prete originario della Valtellina, che ha commosso anche Papa Francesco: «Desidero ricordare in questo momento - ha detto il giorno dopo l’omicidio - don Roberto Malgesini, sacerdote della diocesi di Como che ieri mattina è stato ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa. Mi unisco al dolore e alla preghiera dei suoi famigliari e della comunità comasca e come ha detto il suo vescovo, rendo lode a Dio per la testimonianza, cioè per il martirio, di questo testimone della carità verso i più poveri. Preghiamo in silenzio per don Roberto Malgesini - ha concluso Francesco - e per i tutti i preti, suore, laici, laiche che lavorano con le persone bisognose e scartate dalla società».

Il recente Concistoro nel quale il vescovo di Como è stato elevato cardinale, ha permesso anche di aprire di fatto la strada verso la canonizzazione di don Roberto: «Pensiamo - ha detto monsignor Cantoni - che tenendo viva la memoria, presto possiamo riceverlo come nostro beato che si aggiunge alla lunga schiera dei martiri. La memoria di don Roberto Malgesini continua ad affascinare tante persone, compreso il Santo Padre. Me ne ha parlato lui stesso. La scelta di papa Francesco di riconoscere e additare la chiesa di Como come una “chiesa martire” è una delle ragioni che spiega la mia nomina a cardinale, quale vescovo di questa chiesa, ammantata dal sangue fecondo e glorioso di questi suoi figli» .

Un figlio, don Roberto, a cui la città di Como non sempre ha voluto bene. Come quando, pochi anni prima del delitto, l’allora amministrazione comunale mandò la polizia locale a multarlo, mentre distribuiva le colazioni. Don Roberto si presentò al comando sotto Natale, pagò la contravvenzione e si propose per benedire gli uffici dei vigili.

Dal punto di vista giudiziario, a Milano è in corso il processo d’appello all’assassino di don Roberto. I giudici della corte d’Assise hanno concesso la perizia psichiatrica, i cui esiti sono attesi per il prossimo mese di ottobre. In primo grado, come detto, Mahmoudi è stato condannato all’ergastolo.

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