Sabato 17 Luglio 2010

Bellezza e verità
Rubens eleva lo spirito

COMO - Incantati, sopraffatti dalla commozione, trascinati sul limite estremo di un evento che ha aperto spazi sconfinati di luce, inondato ogni piega del reale fino a penetrare, oltre che negli occhi, nelle fibre del cuore, della mente, dell'anima. È accaduto così l'altra sera a Villa Olmo - certamente complice la superlativa genialità del barocco rubensiano - in occasione della conferenza dal titolo Spiritualità e bellezza nell'arte di Rubens, particolarmente carico di aspettativa anche per  il fatto che ad affrontare il corposo tema, insieme a Sergio Gaddi  promotore e curatore della mostra internazionale sui fiamminghi, sarebbe sceso in campo il vescovo di Como Diego Coletti.
La prima sorpresa è stata suscitata fin dall'inizio dall'alone luminoso che la stessa parola bellezza ha proiettato non appena il vescovo Coletti ne ha definito la consistenza citando un'espressione  del teologo Hans Urs Von Balthasar : "La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l'ultima parola che l'intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto... In un mondo senza bellezza, anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l'hanno continuamente sulle labbra equivocandone il senso, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è piú in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione". Stralciando un brano di Gloria, la ponderosa opera del teologo svizzero, il vescovo di Como ha accostato i toni profondi e drammatici di Balthasar allo stile turgido e dirompente di Rubens che con il linguaggio dell'arte, in periodo di Controriforma,  ha espresso la stessa suggestiva percezione circa l'indissolubile legame che unisce la verità e il bene con il fascino di un'attrattiva che li rende fino in fondo incontrabili e desiderabili. "Oggi invece l'eccitazione emotiva ha sostituito la bellezza, e anche la verità è contrabbandata con l'opinione personale considerata indiscutibile, e la bontà è ridotta all'utile, per cui diventa vero quel che sento e buono solo ciò che mi serve" ha suggerito ancora il vescovo disegnando, con tratti realistici, il fenomeno di un'esperienza umana insaziabile e insoddisfatta, sempre più in preda a stati depressivi che alimentano il consumo di ansiolitici. Rompere l'isolamento in un "mondo solipsista", dove ognuno vede rispecchiato solo se stesso, rappresenta quindi un primo passo per cominciare a cogliere i bagliori di verità, di bene e di bello che promettono di  recuperare la fisionomia intera e non più mostruosamente deturpata dell'essere umano, originariamente concepito come comunione di un io con un tu. "Se l'io perde il suo rapporto con il tu, Dio non sarebbe più Dio e il cielo cadrebbe in rovina" ha precisato citando un'espressione del filosofo Ebner relativa al commento del prologo dell'evangelista Giovanni. Proseguendo nello stesso solco, il vescovo Coletti ha indicato alcune conseguenze sul piano culturale ed educativo: nel superamento dell' egocentrismo, l'impatto con la realtà si infittisce di occasioni, di incontri vitali e carichi di senso, aperti ad una alterità sconfinata. E ritrova piena espressione anche la dimensione affettiva legata alla ricerca del bello e all'esperienza dell'estasi, impropriamente collocati, secondo i luoghi comuni imperanti, sul terreno dell'irrazionale.
Parole, concetti, forme, colori, immagini sono confluiti in un'unica coinvolgente suggestione, costantemente riferiti ad una bellezza «scaturita di getto, in opere dipinte d'un fiato!" come ha commentato  Sergio Gaddi presentando qualche passaggio fondamentale nell'arte dell'"interprete perfetto della Controriforma, che ha saputo rispondere con straordinaria efficacia all'ondata iconoclasta del protestantesimo". "Di fronte ad un'opera di Rubens non si è semplici spettatori, ma si diventa protagonisti, ci si sente inseriti nell'evento rappresentato" ha suggerito il curatore della mostra insistendo sul concetto che "il vero si incarna, il Mistero assume una fisicità, entra nell'esperienza quotidiana". Un messaggio che Rubens non ha inventato - Giotto tre secoli prima aveva creato la stessa dinamica attraverso la plasticità delle figure - ma che con genio creativo e solare ha riproposto sfidando la cultura del suo tempo. Una sfida che non ha evidentemente esaurito la sua carica di emozioni e provocazioni, una sorta di avventura dello sguardo e del desiderio, saldamente ancorata alla ricerca del vero.
Laura d'Incalci

c.colmegna

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