Venerdì 21 Gennaio 2011

<Amici>, romanzo in versi
per spiegare un'amicizia

COMO - Remo Martini e Giulio Guardini sono due bambini, due ragazzi, due uomini come in qualche modo ciascuno di noi è stato ed è. Per di più, vivono in una città, frequentano scuole e ambienti che richiamano subito una certa Como e sono tormentati dai dubbi e dalle sfide dell'età, dalla più tenera a quella delle scelte difficili, dolorose, talvolta senza ritorno. Il loro percorso, accompagnato da un'amicizia che resiste alle svariate prove che la vita le mette davanti, è il tema di un racconto in versi - Amici appunto - ultima opera di un ingegno vivace, per certi versi bizzarro, sempre stimolante, che i comaschi conoscono bene: Carlo Ferrario.
La trama del lavoro è volutamente essenziale, scandita dalle esperienze che ognuno può riconoscere come sue. Ecco allora i giorni dell'infanzia legati a una nonna maniaca del fegato di merluzzo e delle vecchie zie pronte a mettere in tavola «ogni tre giorni/del cervellaccio impanato/ e fritto». Ecco, a scuola, un Giulio diligente fin troppo e un Remo in perenne «lotta coi prof/ma in grado poi d'imbrogliarli/su tutto». Ecco i giochi, l'idea di mettere in scena una recita, ecco il bastardino al quale viene dato il nome di Giuseppe Mazzini. Ed ecco soprattutto il primo serio bivio: l'uno con la vocazione precocemente accettata per la matematica e pronto quindi a diventare ingegnere, l'altro che «incerto/del tuo futuro, sapevi/(come Montale)/ solo ciò che non avresti/voluto…». All'infanzia segue un'adolescenza da studenti di liceo, ovviamente l'uno il classico e l'altro lo scientifico, in un Istituto che dei Padri governano secondo schemi immutabili, le seduzioni e gli stimoli, le prime sfide intellettuali, la maturità e la scelta della facoltà universitaria che divide le carriere scolastiche ma non il percorso di vita dei due. Che si ritroveranno, accomunati - al di là delle diversità di carattere, di attitudini, di interessi - quando, dopo la laurea, al momento di indirizzare definitivamente il proprio futuro con un impegno lavorativo necessariamente diverso, faranno la stessa scelta di campo. La scelta di non cedere alle lusinghe subdole o martellanti del perbenismo corrente, delle strade già tracciate, di una borghese mediocrità fatta di soldi e di affermazione sociale, per non tradire se stessi, le proprie aspirazioni autentiche, il proprio destino. È così che gli ultimi versi prendono congedo dai due amici ormai diventati uomini dando atto che «comunque vada,/la loro vita,/ o meglio, la loro anima/ l'hanno salvata,/fuori, anche a loro rischio,/dal grande/ovile dove si ammassa/il gregge occidentale, insipiente, fatuo,/ ricco, clonato…».
Antonio Marino

c.colmegna

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