Il Sociale a 20 anni dalla “rivoluzione”  Van De Sfroos val bene un sold out
Davide Van de Sfroos (Foto by Foto di Enza Procopio)

Il Sociale a 20 anni dalla “rivoluzione”

Van De Sfroos val bene un sold out

Como: il 27 marzo 1999 le porte del teatro cittadino si aprivano al cantautore laghée - Che stasera torna su quel palcoscenico con una tappa del suo fortunato “Tour de nocc”

Certi anniversari sono più anniversari di altri e la tappa del “Tour de nocc” di Davide Van De Sfroos, attesissimo stasera, venerdì 22 marzo, alle 21 in un Teatro Sociale da tempo sold out, è davvero un’occasione speciale per i fan.

C’eravate voi vent’anni fa? Eh sì, tanti ne sono passati da quel 27 marzo 1999 quando, per la prima volta, quel genere che qualcuno definiva, senza troppa ironia, “bifolk”, conquistava la massima sala cittadina. Oggi è normale che il Sociale proponga anche rock, che dedichi una notte al jazz, che contamini la sua stagione con le suggestioni più eterogenee, ma tutte queste abitudini sarebbero arrivate negli anni d.C. Dopo i Cauboi.

Prima la musica “leggera” (se Petrucciani e Ray Charles, Battiato e Paolo Conte possono essere “leggeri”) arrivava sporadicamente e si trattava, comunque, di artisti da giacca e cravatta. Bernasconi, invece, era una gloria solo locale. Lasciati i Potage si era distinto nei De Sfroos, band ruspante e originale che spopolava in sagre e fiere e smerciava a velocità impressionante copie di “Manicomi”, disco che tanti abbandonavano distrattamente a scolorire sul cruscotto del furgone e che oggi viaggia su e-bay anche per un migliaio di euro. Nel 1999 non c’era ancora l’euro. E i De Sfroos non c’erano già più. C’era stata una crisi, anche personale, quasi un abbandono della musica.

Ma ecco la rinascita, ecco “Bréva & Tivàn”, la nascita di una nuova band e il primo di una serie di azzardi: conquistare il Sociale. Portare tra quegli stucchi e quei velluti un po’ fatiscenti (perché il grande restauro che ha reso il teatro magnifico non aveva ancora avuto luogo) il “Cibefolk” di Van De Sfroos, piatti di “Pulenta e galèna frègia” per un pubblico di certo più avvezzo alle panche di legno che non alle poltroncine dei palchi. E fu la prima sfida vinta. Inutile elencare ancora tutte quelle successive. Basti dire che nei 7.290 giorni che separano quel 27 marzo da questo 22 marzo Davide Van De Sfroos si è fermato raramente non tanto a riposare sugli allori, ma proprio a riposare e basta. “Son s’cioppàa” cantava un altro che con il dialetto ci sapeva fare e precisava: «Hai presente un canotto mordicchiato da un dobermann? Son scoppiato così». Ma ora il dobermann, il “black eyed dog” di tanti blues, è alle spalle. Il presente è fatto di libri, “Ladri di foglie” uscito l’anno scorso, “Taccuino d’ombre”, nelle librerie da ieri.

È fatto di questi concerti dove quello che, al tempo, si propose come un Woody Guthrie laghée, un Robin Hood della canzone, oggi è un autore che ha ricevuto apprezzamenti dalla critica anche letteraria, stimato dai colleghi, che ha lasciato volentieri al violinista Angapiemage Galiano Persico il compito di costruire una nuova band. Formazione pocket, ma funzionale: due jazzisti come Riccardo Luppi (sax tenore e soprano, flauto traverso) e Francesco D’Auria (batteria, percussioni, tamburi a cornice, hang) a colorare i brani di sonorità inedite e un eccellente chitarrista, Paolo Cazzaniga, che è già entrato nel cuore dei Cauboi.


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