Le voci della colpa  e dell’amore:  Schiani e i padri
Pablo Picasso, Ritratto di Wilhelm Uhde, 1910 (particolare)

Le voci della colpa

e dell’amore:

Schiani e i padri

Nel romanzo “Quel dolce nome” il giornalista e scrittore dispone un teatro di nuda umanità attorno a una misteriosa figura di presunto “mostro”: ne parla qui Lucia Valcepina

I lettori della Provincia lo conoscono come giornalista raffinato, ideatore dell’inserto culturale Stendhal e penna umoristica che, nella sua rubrica della Buonanotte, indaga fatti, vizi e idiosincrasie della nostra epoca. Tuttavia, in pochi sanno che, dietro al garbato Mario Schiani, si cela uno scrittore kafkiano. La notizia è di oggi e ha a che fare con l’uscita di un enigmatico romanzo dal titolo “Quel dolce nome”, edito dalla casa editrice Giovane Holden.

L’opera è ambiziosa, si confronta con grandi temi letterari e ha come scenario il luogo che, più di tutti, in questi mesi ha visto intrecciarsi le nostre esistenze: un ospedale, spazio liminare dove le esperienze si amplificano. La storia, tuttavia, non ha niente a che vedere con la cronaca, dal momento che Schiani attinge al magma dei ricordi, dei presentimenti e dei sogni per consegnare ai lettori “il ritratto di un’umanità messa a nudo”. A condurci in un gioco di rispecchiamenti è il protagonista del romanzo: un uomo che, come tanti, deve affrontare un banale intervento ma che, nei dedali ospedalieri, è costretto a fare i conti con le ombre lunghe del proprio passato e con una misteriosa colpa. Vittima dei peggiori insulti e, al contempo, destinatario delle più sincere confessioni, il presunto “mostro” innesca nei suoi interlocutori un processo di attrazione-repulsione che, nel lettore, si traduce in un’istintiva curiosità: chi sarà l’uomo senza nome? un criminale? un demone? quali sono gli errori che l’hanno reso tanto abominevole da risultare intrigante?

La colpa, tema letterario per eccellenza, è nell’opera di Schiani un dato ontologico, tratto comune di un’umanità priva di autentiche virtù e, proprio per questo, pronta a giudicare. Il romanzo intreccia affetti e meschinità, scompone e riformula l’idea di individuo come in un’opera di Braque. La piccola umanità racchiusa tra le quattro pareti della camera d’ospedale dà vita a un brulichio di voci che alternano le “parole dei padri” alle diagnosi, le leggi dei codici alle orazioni, gli slanci impetuosi alla rabbia trattenuta negli anni.

Lo spazio si popola così di presenze, come una scena teatrale in cui «si agitano attori mutilati», mentre i conflitti deflagrano trascinando il lettore su un terreno fangoso e visionario al tempo stesso, con gli echi di immortali figure letterarie, tra cui il caro beone di Dostoevskij, e la suggestione di luoghi onirici, come quella biblioteca che raccoglie «i libri che non si possono scrivere», collezione speciale di assurdità.


(Foto by “Quel dolce nome” di Mario Schiani)

C’è poco di consolatorio nel romanzo di Schiani, e la narrazione si arricchisce di dettagli e visioni man mano che la materia si complica, tuttavia l’essenza del romanzo sembra racchiusa nel “dolce” titolo. La storia infatti è attraversata da un sentimento tenero e ostinato, il rapporto tra un padre e una figlia che porta con sé le suggestioni dell’Ifigenia di Racine. Un archetipo variamente interpretato, rivisitato, passato per le mani di Henry James e Henrik Ibsen, plasmato da Virginia Woolf e giunto a uno dei suoi apici contemporanei con Philip Roth. Una materia che Schiani tratta senza falsi pudori, narrando di una relazione premurosa ed esclusiva, ma al contempo enigmatica e lacerata, costantemente minacciata dalla ferocia altrui. Ed è a partire da questo contrasto e dal rischio di corruzione di un affetto inviolabile che il romanzo traccia i suoi percorsi labirintici, segnati dai ricordi e dal tentativo di dare loro un nome.

La lettura implica una progressiva ridefinizione dello sguardo, un’esperienza ben introdotta dall’immagine di copertina realizzata da Cristina Bernazzani. Nel decostruire la natura umana con le sue contraddizioni, Schiani sembra invitarci a cambiare costantemente punto di vista e suggerirci che, in una società impietosa e giudicante, l’anomalia più grande è quella di «possedere un cuore».

Esce in questi giorni per Giovane Holden Edizioni “Quel dolce nome” (248 pagine, 14 euro), secondo romanzo di Mario Schiani, giornalista a La Provincia, responsabile dell’inserto culturale Stendhal


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