Paesaggi interiori  nei quadri di Betto Lotti
“Chioggia” acquerello del 1950

Paesaggi interiori

nei quadri di Betto Lotti

Fino al 18 giugno a San Pietro in Atrio l’antologica “Da Firenze a Como”
Le marine e le campagne della sua giovinezza rielaborate nel ricordo

La rivisitazione dei dipinti e disegni di Betto Lotti, dopo non pochi anni dalla mia prima presentazione in un’antologica nel 1983 e il saggio sull’opera completa nel 1999, mi conferma la conoscenza di una persona, prima ancora che della sua arte, ricca di sensibilità e trasparente nel rivelarla. Mi rassicura di non aver inteso male le confidenze di un gentiluomo affabile ma riservato, sorridente ma elusivo, come era l’insegnante un po’ accigliato visto dai banchi di scuola e il borghese elegante avvicinato poi nei ritrovi degli artisti. D’altronde era certo possibile intendere, anche senza la sua testimonianza, ciò che appariva su tele e fogli di carta, firmato con il suo breve cognome in lettere minuscole. Tutta la storia di un uomo, per immagini. Una storia, in qualche modo, divisa in due.

Confesso che rimasi sorpreso esaminando per la prima volta le opere del periodo di formazione. Non tanto per le acqueforti e i carboncini, che mostrano una precoce perizia grafica e una sapiente distribuzione dei chiaroscuri, quanto per i pastelli, gli acquerelli e le tempere, che nella risoluzione formale ricorrono agli stilemi secessionisti ma anche a un impianto robustamente naturalista.

Figure baudelairiane

Sono i soggetti a incuriosire per la deformazione espressionista di sensuali figure femminili, voluttuosamente contorte nell’estasi alcolista, o per il gusto satanista di tenebrosi interni che paiono illustrazioni di pagine baudelairiane. Fantasie erotiche, con qualche deviazione sul macabro, che avevano in un primo tempo coinvolto anche il compagno di ricerche stilistiche e scorribande giovanili, Ottone Rosai, poi condotto a ben altri motivi d’ispirazione dalla sua indole irrequieta e ribellista. Un indole ben diversa da quella del Lotti, che giunse a padroneggiare la sua vena tardoromantica persino in tempo di guerra, durante il periodo di prigionia in Austria, abbandonando le arroventate rappresentazioni di orge in allegra compagnia o di fanciulle dai liberi costumi palpitanti come falene notturne, trasformate in eleganti silhouette da art deco o floreali damine postklimtiane che non frequentano più taverne ma sale da ballo alla moda.

È un periodo, quello pacificato dopo la furia bellica, che serve all’artista per confermare la sua abilità professionale specialmente nella grafica, collaborando a riviste ed esercitandosi anche nella critica di settore, ovvero di osservazioni sull’arte degli altri. Ma l’insegnamento e l’impegno di famiglia finiscono per condurlo ad una regola di vita assestata, si direbbe pacificata, trasferendo il proprio domicilio e la sede di lavoro da Firenze a Como. Inizia la seconda parte dell’esistenza senza scosse di Lotti che non dovrebbe essere interpretata come una svolta se non nei motivi ispiratori di un insistito piacere vedutistico, di un indugio nella descrizione di luoghi diversi, trascurando le dolci modellazioni della campagna toscana per cogliere gli umori lacustri. E invece accade qualcosa che forse nemmeno l’artista aveva previsto: l’occhio, la visione del presente, lascia il posto alla memoria, al ripescaggio di immagini interiori.

Rivedendoli oggi, i dipinti indicano quello che in un primo tempo avevano già suggerito, ma in modo ancora più palese. Nella seconda parte, la più lunga e tranquilla, della sua esistenza di uomo d’ordine che cura gli affetti familiari e le amicizie, l’artista svolge con diligenza il programma scolastico facendo correre la matita sui fogli durante i momenti di sosta dell’insegnamento, ma cela nell’intimo una distanza dalle cose che lo circondano. È la distanza dai soggetti dei suoi dipinti, che continua ad eseguire, giorno dopo giorno. Non percepisce, ritrae solo casualmente quello che ha sotto gli occhi né segue le indicazioni delle nuove tendenze artistiche del dopoguerra, italiane e straniere.

Scorci del tempo perduto

Dipinge invece le assolate marine liguri della sua adolescenza, ripercorre le ondulate campagne toscane della sua giovinezza; talora si sofferma in ambienti rustici, umili, popolani, ricchi di calore intimo, le osterie, le botteghe, gli studi dei pittori, le stirerie, i vicoli dei paesi. Si lascia sfuggire tocchi di rimpianto del tempo perduto: certi vuoti nelle stanze, certi guasti nei casolari che spiccano fra il verde e le stoppie. Niente di drammatico, non c’è rifiuto della realtà che compare comunque sempre nitidamente effigiata nei suoi dati essenziali, non c’è abbandono nemmeno della lezione di vecchi maestri, i Carrà, i Soffici, i Rosai, i De Pisis, che traspaiono a tratti trasfigurati, illanguiditi dal sapersi ombre di un passato lontano. Ecco, è la lontananza il vero motivo di fondo della “maniera” di Lotti, il suo timbro qualificante, che travolge la pur sempre presente perizia nello scandire gli spazi e delineare i volumi liberando un’onda morbida di colori pastosi, baluginanti, distesi in pennellate cariche, spesse, accompagnate sulla tela si direbbe con la mestizia di un addio.

Betto Lotti - “Le mondine”, olio, 1952

Betto Lotti - “Le mondine”, olio, 1952

“Tutto è provvisorio, come noi”, aveva osservato Elena Pontiggia in una sua pertinente annotazione critica, esaminando l’opera dell’artista. Transeunte, certo. Non però dimenticabile se fortemente sentito. E proprio nella consapevolezza della natura umana fragile, esposta alla corrosione, che questo elegiaco genere di pittura trova la strada di una sottile suggestività di richiamo nella mente e nel cuore.

Uno dei quadri di Betto Lotti esposti a San Pietro in Atrio fino al 18 giugno

Uno dei quadri di Betto Lotti esposti a San Pietro in Atrio fino al 18 giugno

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