Simone Cristicchi:  «Dal dolore all’arte»
Simone Cristicchi in una foto di scena da “Manuale di volo per uomo”

Simone Cristicchi:

«Dal dolore all’arte»

Non solo cantautore: questa sera sarà al teatro Sociale di Como con lo spettacolo “Manuale di volo per uomo”

Per certi versi sì, è un quarantenne rimasto bambino, con uno sguardo incantato sul mondo. Per crearlo mi sono ispirato a quello che ero io a dieci anni. Nel 1987 mio padre mancò, all’improvviso. Io ho reagito rifugiandomi nella mia camera.

E creando un mondo.

Un mondo di fantasia, solo mio, con i miei racconti, i fumetti che creavo. Esprimevo una grande creatività che era una vera e propria auto terapia che ha sicuramente generato l’artista che sono oggi. Non so davvero cosa sarebbe successo se non avessi trovato questa valvola di sfogo.

E ora tutto questo è sfociato in uno spettacolo.

Sì, perché la vicenda umana di Raffaello è un po’ anche la mia. Pure lui vive in un mondo tutto suo, ma si ritrova all’improvviso davanti al corpo morente della madre, che non aveva mai conosciuto. E racconta il suo vissuto. Nel narrare tutti i punti cardine della sua vita, trova una sorta di catarsi. Da un grande dolore emerge una leggerezza che gli permette di diventare un artista.

Ma Raffaello è anche una prova d’attore, perché in realtà ha una sua storia molto diversa da quella del Cristicchi che conosciamo.

Sì, lui è cresciuto in un quartiere periferico di Roma come un orfano, ha vissuto fino a 20 anni con le suore e quando è uscito è diventato un barbone, un senza tetto che, in strada, è stato “adottato” da persone semplici che si prendono cura di lui. Che gli forniscono le istruzioni per la vita. Per me, come interprete, calarmi totalmente in questo personaggio che io e il regista abbiamo deciso di creare dal niente, penso sia stata un’eccezionale occasione di crescita.

Tutti, forse, avremmo bisogno di un manuale di istruzioni, di questo “Manuale di volo per l’uomo”.

È un messaggio abbastanza universale. Impersono questo personaggio borderline, e lo faccio mio al cento percento, ma la sua storia è anche mia e di tutti, perché ognuno ha ferite dentro. La sua vicenda è simbolicamente qualcosa che può capitare a tutti. Ma non è uno spettacolo cupo. È leggero, ma vuole scavare in profondità. Poi c’è il romanesco, che colora questi pensieri con una grande vivacità, con momenti anche molto divertenti. Si ride perché si entra nella mente di questo eterno bambino che conta i gradini, con molta leggerezza, che si scioglie alla fine con una canzone, “Abbi cura di me”.

Il brano presentato a Sanremo giusto un anno fa. Quanta musica c’è nel futuro?

L’anno scorso dopo il Festival c’è stato un tour lunghissimo. Ora sono impegnato in teatro e riprenderò a fare concerti a giugno e per tutta l’estate.


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