Ferve l’attività al Politeama: sabato sera ospiterà uno spettacolo benefico, domenica un concerto tributo a Morricone e all’inizio della prossima settimana, in vista della Giornata nazionale dell’albero, un incontro con due autori che i giganti verdi li hanno non solo studiati a fondo – è il caso di Stefano Mancuso – ma anche trasformati in musica e letteratura, come ha fatto Giuseppe Festa. Peccato, per i comaschi, che tutto questo avvenga in una città che ha molte somiglianze con la nostra, ma che ha saputo generare anche una grande differenza: Prato. Se il centro toscano, infatti, può vantare, come il capoluogo lariano, un’importante tradizione tessile che ha dovuto affrontare crisi e contrazioni, sul piano degli spazi culturali ha invece innescato un processo virtuoso che ai comaschi non è ancora riuscito: tra il 1994 e il ’99, dopo che il locale teatro Politeama, gioiello del primo Novecento come il nostro, era chiuso da dieci anni e rischiava di essere trasformato in un autosilo o in una moschea, si sono attivati associazioni di categoria, enti pubblici e, soprattutto, privati cittadini che hanno comprato un milione di azioni per mille lire l’una pur di riprendersi il loro palcoscenico. A Como, invece, non resta oramai che sottoporre alla collettività una domanda provocatoria, ma inevitabile, visto lo stato di degrado in cui versa l’immobile dopo oltre vent’anni di abbandono: si può demolire il Politeama? E, se venisse demolito, per farci magari il solito albergo o residence di lusso, quanti se ne rammaricherebbero?
La domanda, come detto, vuole essere provocatoria, ma è anche necessaria per svegliare una città che l’ultima decisione condivisa sul Politeama l’ha probabilmente presa nel lontano 1908, quando la Società Palchettisti del Teatro Sociale raccolse l’esigenza di avere una struttura complementare alla massima sala cittadina, per ospitare i nuovi generi di spettacolo che si andavano affermando, dal circo alla rivista, e dopo un ampio dibattito approdato anche sulle pagine de “La Provincia”, si decise di costruire il Politeama non già al posto dell’arena, come ipotizzato inizialmente, bensì nell’attuale sede di piazza Cacciatori delle Alpi. Sono seguiti oltre novant’anni anni di storia gloriosa, dall’inaugurazione del 14 settembre 1910 con “La Bohème” di Giacomo Puccini, fino all’ultima proiezione cinematografica, “Being Julia” con Annette Bening e Jeremy Irons, avvenuta il 16 giugno del 2005. Da allora l’ex cineteatro ha riaperto i battenti solo per ospitare le riprese di alcune scene del film “Il capitale umano” (2013) di Paolo Virzì, che ne ha volutamente fatto un simbolo dell’abbandono dei luoghi della cultura da parte degli enti locali, come denuncia in una scena la protagonista Valeria Bruni Tedeschi. Oggi il Politeama sarebbe perfetto per ambientarvi una pellicola dell’orrore, ma nessuna produzione si azzarderebbe a farci entrare una troupe, dopo che nel 2016 si è sfondato il palco durante la visita di una delegazione russa potenzialmente interessata all’acquisto, capitanata dall’attrice Ekaterina Galakhova.
Il destino del Politeama riguarda tutti i comaschi, e non solo a livello morale ma anche materiale, da quando nel 2000 il defunto impresario Alfredo Gaffuri ha lasciato al Comune poco meno dell’82% della proprietà e ancor più da novembre del 2022, quando Palazzo Cernezzi ha acquistato all’asta le quote rimanenti investendo 1,3 milioni di soldi pubblici. Ora siamo a un bivio: da una parte c’è l’iter avviato dall’Amministrazione comunale, che nel 2024 ha annunciato di voler alienare l’immobile per fare cassa a favore di scuole, case comunali e musei, e quest’anno ha promosso due aste andate deserte; dall’altra resta nero su bianco il dossier di 28 pagine presentato il 25 novembre 2024 dalla Società Politeama Srl in liquidazione, al termine di un percorso di coprogettazione cominciato nel 2021 e che ha coinvolto 24 realtà associative e imprenditoriali comasche. Proprio questo dossier risponde a una delle domande che ci siamo posti all’inizio: a una parte significativa, ma purtroppo numericamente ancora minoritaria, della società civile lariana interessa recuperare il Politeama come centro polifunzionale, in grado di ospitare attività diverse, per le quali Como oggi è carente si spazi esattamente come nel 1908, quando si decise di costruire il teatro. Lo stesso dossier esclude l’ipotesi, ripetiamo provocatoria, della demolizione: l’11 ottobre del 2022, infatti, nell’ambito della coprogettazione è stato organizzato un confronto con l’architetto Maria Mimmo, funzionario di zona per la Soprintendenza, che ha evidenziato i vincoli cui è sottoposto il prezioso bene.
Lo scoglio più alto per recuperare il Politeama a fini culturali è la stima del restauro: tra 30 e 50 milioni di euro a seconda delle funzioni previste. Certamente sono al momento più alte le probabilità di riuscire ad alienarlo. Dopo le due aste andate deserte, si può, infatti, applicare un ulteriore ribasso del 25% ai 3milioni e 200 mila euro cui è stato proposto dal Comune nel giugno scorso, oppure si può passare alla trattativa privata.
Purtroppo, dopo che il recupero del Politeama era stato inserito, nel 2015 dalla giunta Lucini, nella candidatura di Como a capitale della cultura italiana con Brunate e Cernobbio, non coronata dal successo, nessuna amministrazione si è più sentita di coltivare il sogno di fronte a costi così elevati. Ora, però, sta diventando un incubo, e proprio nel momento peggiore. Per bene che possano venire le celebrazioni di Volta nel 2027, il “papà” del Tempio Voltiano, l’architetto Federico Frigerio, si rigirerà nella tomba, se mai dovesse sapere dell’ingloriosa fine cui stiamo condannando l’altra sua creatura, il Politeama appunto. Salvo colpi di teatro, in cui continueremo a sperare fino all’ultimo.
Prato ha un Politeama di inizio Novecento
e lo ha salvato
con l’azionariato diffuso A Como interessa ancora il teatro fortemente voluto quasi 120 anni fa?
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