Brusaferro: «Prudenza
nonostante i segnali positivi»

Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità invita alla cautela. «Il sistema sta funzionando, ma valutazione dei dati e rispetto delle regole restano i fari»

Non ci sono scorciatoie. Dobbiamo attenerci ai numeri e al livello di rischio. Il sistema di valutazione sta funzionando ormai da 27 settimane e ha lanciato gli allert ogniqualvolta si sono verificati dei cambiamenti che lo richiedevano. Il tema è riuscire a riportare gli indici dell’epidemia entro livelli che possano da un lato garantire un tracciamento puntuale dei casi e dall’altro un’assistenza capace di soddisfare, oltre ai bisogni legati al Covid, anche quelli ordinari». Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Comitato tecnico scientifico, non ha molti dubbi.

Prima di lanciarsi in ancora improbabili previsioni sul cambio dei colori regionali e sui veglioni natalizi, il ragionamento da applicare a ogni livello – da quello nazionale a quello regionale – resta questo. Un faro che, assieme al rispetto delle tre fondamentali raccomandazioni di comportamento individuale (distanziamento, lavaggio delle mani e mascherina), dovrebbe guidare ogni scelta e che suona come una sorta di monito per chi in queste settimane ha avanzato richieste di allentamento in maniera non sempre aderente allo scenario restituito dai dati.

Professor Brusaferro, l’Rt sta scendendo, siamo a 1,18 a livello nazionale e gli ultimi dati parlano di una curva dei contagi che sembrerebbe giunta al suo «plateau»: è effettivamente lo spiraglio che tutti si aspettavano?

«Questa è un’indicazione importante, ma altrettanto importante è il numero di casi che ogni giorno individuiamo: è un dato che va monitorato con attenzione perché l’epidemia deve essere osservata da diverse prospettive in modo che le misure vengano adottate nel momento in cui effettivamente il tracciamento potrà essere nuovamente effettuato in maniera efficace. Attualmente l’incidenza a 15 giorni è ancora molto elevata, pari a circa 732 casi ogni 100 mila abitanti: un indice che mette ancora a dura prova le nostre strutture e che dobbiamo assolutamente portare a livelli più contenuti».

Di che soglia stiamo parlando? Qual è l’incidenza con cui le terapie intensive potrebbero tornare a respirare?

«Per poter passare dalla fase della mitigazione a quella del contenimento la discriminante è proprio quella del tracciamento grazie al quale per ciascun positivo possono essere individuati tutti i suoi contatti stretti. Si parla certamente di livelli d’incidenza a due cifre, così come è avvenuto la scorsa estate».

Siamo evidentemente molto distanti dall’obiettivo e l’impatto sulla struttura sanitaria è ancora notevole: qual è attualmente il rischio che gli 11 mila posti di terapia intensiva a disposizione a livello nazionale vengano saturati?

«Farei un passo indietro e cioè comincerei col dire che il nostro Paese in tempi molto rapidi è riuscito a offrire una risposta assistenziale notevole sia sul piano ordinario che delle terapie intensive per far fronte a un picco di domanda legato al Covid. E questo è certamente un merito, anche in considerazione del fatto che le attività specialistiche come le terapie intensive richiedono personale specializzato che non è sempre facile da individuare. Nonostante il rischio attualmente sia ancora elevato, l’auspicio è che grazie alle misure adottate questo scenario rientri al più presto consentendo di tornare rapidamente a una fase dove oltre alla risposta ai bisogni legati alla pandemia saremo in grado di soddisfare anche quelli delle richieste ordinarie».

Ma cosa stiamo pagando in queste settimane? Abbiamo “interpretato” male l’estate?

«Dobbiamo innanzitutto considerare che la situazione attuale non riguarda solo noi come era avvenuto nelle fasi iniziali della prima ondata, ma coinvolge l’intera Europa. L’Italia è uno dei Paesi che si trovano ad affrontare l’epidemia e lo sta facendo con tutte le risorse a sua disposizione. Bisogna però essere consapevoli che il virus si diffonde con le stesse modalità in cui si è sempre diffuso e che quindi non ci sono scorciatoie. Fino a quando non si raggiungerà l’immunità di gregge dobbiamo vivere rispettando in maniera rigorosa le regole che quest’estate erano state in qualche misura rilassate. Non dobbiamo cioè mai trascurare le tre fondamentali raccomandazioni sulla prevenzione: mantenere le distanze, utilizzare la mascherina e lavarsi le mani. È questa la chiave vincente».

Torniamo ai segnali positivi: evidentemente la strategia degli indicatori e delle conseguenti zone è stata efficace.

«Ciò che sta funzionando è un sistema che si basa su diversi strumenti. Oggi il Paese ha a sua disposizione un modello di monitoraggio che è stato in grado di dare informazioni sullo stato di rischio e sull’evoluzione dell’epidemia nelle ultime 27 settimane, lanciando sistematicamente i suoi “allert” in tutte le fasi in cui ci sono stati dei cambiamenti. In più c’è un documento concordato con le Regioni per affrontare la stagione autunnale e invernale che, accanto a ogni tipologia di rischio, individua azioni su base nazionale, regionale e provinciale. Ci sono poi provvedimenti nazionali e regionali che intervengono con misure specifiche. Si tratta di un sistema articolato e puntuale e ciò che stiamo osservando è attribuibile proprio a questo».

La valutazione del rischio in Lombardia resta alta, con probabilità di saturazione delle aree mediche e delle terapie intensive a trenta giorni superiori al 50% , eppure si sta già parlando di zona arancione: si deciderà il 27, la vede come una corretta applicazione del meccanismo o può rivelarsi un azzardo?

«Non posso leggere il futuro e non sono abituato a farlo. Vale quanto dicevo prima: bisogna fare ogni sforzo per riportare rapidamente l’epidemia a una situazione più controllata e garantire di conseguenza l’assistenza a tutti quelli che ne hanno bisogno».

Ma a suo giudizio un passaggio in zona arancione ora ci può stare?

«Ripeto: dobbiamo guardare i numeri e i livelli di rischio».

In subordine le richieste di alcune province che stanno meglo, può avere un senso?

«Fermo restando che il servizio sanitario è organizzato a livello regionale-nazionale e declinato su base territoriale, all’interno di ciascuna Regione si può, se necessario, con il supporto del livello centrale, valutare di volta in volta l’opportunità di essere più o meno restrittivi: derogare dipende molto dai contesti locali, dall’organizzazione e da variabili leggibili soprattutto a livello regionale».

C’è chi nei giorni scorsi vi ha mosso qualche critica, sostenendo sul fronte del meccanismo di calcolo del rischio l’eccessivo peso dell’Rt rispetto agli altri indicatori e, su un piano generale, la necessità di disporre di dati in maniera più dettagliata e «granulare»: hanno qualche fondamento queste critiche?

«Lo strumento come dicevo è stato messo a punto ad aprile e testato per 27 settimane: finora ha funzionato. I 21 indicatori garantiscono un quadro più ampio sugli elementi di criticità. Questo non vuol dire che a livello locale non si possano utilizzare altri elementi diversificando l’analisi: come ogni sistema anche questo è perfettibile. Per quanto riguarda la disponibilità dei dati esistono vari livelli rispetto alla loro produzione: più ci avviciniamo a quello locale e più la granularità può essere garantita. Direi che la lettura deve essere d’insieme includendo enti e istituzioni che operano sul territorio sempre naturalmente nella salvaguardia della privacy».

Dietro l’angolo c’è il Natale, un tema su cui si dibatte molto: qual è la strada più corretta per affrontarlo e qual è il rischio di una terza ondata?

«Il ragionamento è sempre lo stesso: oggi abbiamo segnali positivi, ma il numero di casi resta molto elevato. Dobbiamo riuscire a contenerli e l’approccio vale per il Natale, così come doveva valere per l’estate e per qualsiasi altra circostanza: bisogna rispettare le regole soprattutto per tutelare le persone più deboli. Diversamente il rischio che l’infezione si trasmetta resta altissimo. Non ci sono scorciatoie».

Un’ultima domanda sul vaccino: rappresenterà effettivamente la svolta?

«Si tratta di un traguardo a cui si sta arrivando a rapidi passi grazie agli straordinari sforzi a livello mondiale. La prospettiva è quella di immunizzare la maggior parte della popolazione italiana per ottenere l’immunità di gregge. Parliamo comunque del 2021 e di mezzo ci sono mesi, per di più invernali. Oltre alle famose regole da cui non si potrà assolutamente prescindere».

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