Dalla Palestina all’Insubria. «Vivevamo sotto le bombe»

Accoglienza Joulyana e Ali sono arrivati in università lo scorso novembre. La testimonianza: «Molti di noi sognano non solo di studiare, ma di vivere»

Joulyana Chomali viene da Betlemme, Ali Alhaddad da Gaza. Entrambi poco più che ventenni, sono partiti dalla Palestina con poco e niente, se non tanti sogni e la speranza di un futuro migliore. Ad accoglierli, in Italia, l’Università dell’Insubria che ha offerto loro non solo la possibilità di proseguire gli studi, ma anche i beni materiali di prima necessità: vestiti, cibo e un alloggio.

Il progetto

Il tutto è stato possibile grazie al progetto Iupals, iniziativa promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri e il ministero dell’Università, finalizzata a offrire borse di studio e accoglienza a studenti palestinesi.

«Vengo da Beit Sahour - racconta Jouliana, che parla già un buon italiano dopo appena quattro mesi -. Ho scelto l’Insubria perché offriva il corso di laurea che volevo seguire; inoltre ho fatto molte ricerche sull’università e ho visto ottime recensioni e opinioni positive. Ho studiato per diventare guida turistica all’Università Dar Al-Kalima. Tuttavia, non ho potuto lavorare in questo campo a causa della situazione in Palestina. Il settore del turismo non è molto stabile: quando mi sono laureata c’era il Covid e poi è iniziata la guerra, quindi non c’erano turisti. È un po’ difficile qui perché devo concentrarmi contemporaneamente sulla lingua e sugli studi, a volte mi sento sopraffatta. Tuttavia, gli uffici dell’università e i professori sono molto incoraggianti e fanno del loro meglio per aiutarmi».

E aggiunge: «Frequento le lezioni anche se non capisco tutto, perché voglio fare pratica e migliorare la mia capacità di ascolto. Due volte a settimana frequento anche lezioni di lingua italiana, in una scuola per stranieri. Riesco a parlare con la mia famiglia ogni giorno, loro sono ancora in Palestina. Sono venuta in Italia da sola e il viaggio è durato tre giorni; è stata un’esperienza molto difficile. Mi piacerebbe lavorare nel mio campo di studi. Spero anche che un giorno la Palestina si trovi in una situazione migliore, così da poter tornare e contribuire allo sviluppo del mio Paese, stare vicina alla mia famiglia e ai miei amici e sentirmi al sicuro. Purtroppo, la situazione attuale rende tutto ciò molto difficile. Molte persone si sentono costrette ad andarsene a causa della mancanza di sicurezza e di opportunità dovuta all’occupazione».

Le paure

«Molte persone nel mio Paese non sognano solo di studiare: sperano semplicemente di restare vive, di non svegliarsi sotto le bombe o di non perdere le proprie famiglie. Allo stesso tempo, provo dei sentimenti contrastanti. Se da un lato sono grata per questa opportunità, dall’altro è doloroso, perché l’occupazione costringe tante persone a lasciare il Paese per costruirsi un futuro altrove. Vorrei che chiunque in Palestina potesse avere la mia stessa opportunità. Ma, più di tutto, vorrei che potessimo avere queste opportunità nel nostro Paese, sentendoci sicuri e circondati dalle nostre famiglie».

Quindi il racconto di Ali: «Sono stato evacuato insieme ad altri 50 studenti circa. Abbiamo affrontato un viaggio difficile durato quasi due giorni, senza dormire. All’arrivo in aeroporto siamo stati accolti e divisi nelle diverse università. Ho studiato amministrazione aziendale e mi sono laureato all’Università Al-Azhar di Gaza. Qui frequento un corso di lingua italiana e utilizzo il traduttore per comprendere meglio ciò che viene detto. Partecipo alle lezioni per abituarmi all’ascolto, le registro e le traduco successivamente. Inoltre, ricevo supporto dai professori, che tengono conto del mio livello linguistico e mi indicano materiali di studio adeguati».

Nonostante la difficile situazione, Ali non si sente solo. «L’università ci aiuta organizzando attività ed eventi come cene di gruppo e mettendo a disposizione una palestra che ci permette di conoscere nuove persone. Sono in contatto costante con la mia famiglia, soprattutto con mia madre. Sono arrivato qui da solo; il mio obiettivo nei prossimi cinque anni è laurearmi e lavorare in un’azienda per acquisire esperienza pratica, per poi tornare nel mio Paese e contribuire al suo sviluppo. Mi considero molto fortunato per questa opportunità che molti sognano, soprattutto considerando la guerra nel mio Paese. Allo stesso tempo, sento una grande responsabilità, quindi cerco di sfruttare al meglio questa occasione e di raggiungere l’obiettivo per cui sono venuto, essendo all’altezza di questa responsabilità».

Un grande lavoro è stato fatto anche da Vito Cannone, responsabile dei Servizi integrati per gli studenti e dal professor Giorgio Grasso, delegato della rettrice Maria Pierro al Diritto allo studio e all’uguaglianza sostanziale, che spiega: «appena si prospettò la possibilità di fare un bando, la nostra rettrice disse che ce ne dovevamo occupare. Si voleva valorizzare la prospettiva delle borse di studio. Con impegno e con il supporto di Luca Gallo, dell’ufficio relazioni internazionali, abbiamo aderito al progetto fornendo alloggio, una borsa di studio, servizi. Portarli qui non è stato semplicissimo: Luca Gallo è andato a Linate a prenderli, poi tutto l’ateneo si è impegnato in una gara di solidarietà soprattutto per Ali, per dare tutto quello di cui aveva bisogno. E’ arrivato con uno zainetto e basta. Loro stanno facendo esami e si sono integrati nel territorio. Ci sarebbe la possibilità per un terzo studente palestinese a cui avremmo pagato il volo aereo, ma la situazione geopolitica ora lo impedisce». Intanto Ali e Joulyana possono sperare in un nuovo domani.

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