Affitti brevi, la cedolare al 26% fa flop

Immobiliare L’innalzamento della tassazione sulle locazioni turistiche ha generato un gettito irrisorio. Celani (Aigab): «Penalizzati i piccoli proprietari e frenata la riqualificazione del patrimonio edilizio»

Delusione dei sindacati degli inquilini per la cedolare al 26%, mentre l’industria del vacation rental avverte: «colpiti i piccoli proprietari e frenati gli investimenti». Secondo gli ultimi dati diffusi dal Sicet-Cisl, il gettito derivante dalla cedolare secca in generale si è ormai stabilizzato intorno ai 4 miliardi di euro annui. Poco efficace la recente manovra fiscale che ha innalzato la flat tax per gli affitti brevi dal 21% al 26% dalla seconda casa in poi.

La misura non ha sortito gli effetti sperati nel calmierare i prezzi o nel riportare immobili sul mercato del lungo periodo. Secondo Marco Celani, presidente di Aigab, Associazione italiana gestori affitti brevi, l’aumento della tassazione ha prodotto risultati marginali a fronte di un sensibile danno per il comparto. «Quando due anni fa è stata aumentata la cedola secca dal secondo appartamento in su, dal 21 al 26% si pensava di colpire una platea di proprietari molto ampia e invece in realtà coloro che hanno più di due case a disposizione per gli affitti brevi sono pochi e tendenzialmente ce l’hanno in comproprietà con qualcun altro. Si conferma che il 96% dei proprietari di case con annuncio online ha un’unica casa e si tratta di piccoli proprietari».

L’impatto fiscale, secondo i dati Aigab, si sarebbe tradotto in un gettito aggiuntivo di soli 17 milioni di euro a fronte di 40.000 proprietari coinvolti. Un risultato definito trascurabile se paragonato alla paralisi degli investimenti che ne è conseguita. «Questa imposta aggiuntiva ha totalmente fermato il mercato di coloro che avevano una seconda casa da mettere online e che hanno smesso di investire - prosegue Celani - quello che si tende a sottostimare è che le imprese dell’ospitalità come gli alberghi pagano il 24% di imposta sull’utile netto. Ma i proprietari di case pagano la cedolare sul lordo: su quella cifra gravano commissioni, pulizie e Imu. Alla fine se l’imposta cresce dal 21 al 26%, il proprietario semplicemente lascia perdere. Abbiamo una parte del patrimonio immobiliare sottoutilizzata e ferma».

La diagnosi che vede nel turismo la causa principale della carenza di alloggi è parziale. Il tema centrale è anche, soprattutto, il declino demografico e la mancanza di spazi alternativi nelle aree metropolitane a fronte delle case vuote nelle aree rurali che però potrebbero essere di interesse turistico.

«Le 600.000 case vuote in Italia continuano ad aumentare - sottolinea il presidente di Aigab - dovremmo incentivare l’investimento piuttosto che disincentivarlo, per consentire alle famiglie di utilizzare al meglio il loro asset. Nella maggior parte delle situazioni, se si escludono i centri di poche città italiane, le case sfitte sono in zone dove non c’è nessun tipo di mercato residenziale di lungo termine e non ci sarà».

I numeri citati da Celani delineano uno scenario strutturale: «lo scorso anno sono morte 610.000 persone e ne sono nate 355.000. Si sono svuotate 300.000 case. Ii problema dell’abitazione esiste a Milano e a Roma, dove c’è la concentrazione delle attività economiche. È un processo in atto da cinquant’anni».

La richiesta è quindi che venga premiata la manutenzione e il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente, piuttosto che la sanzione fiscale. Il rischio, avverte l’associazione, è il degrado fisico degli immobili in assenza di redditività.

«Nelle grandi città bisogna costruire per accogliere e nei piccoli centri bisogna incentivare chi vuole investire, pena la distruzione del patrimonio - conclude Marco Celani. la politica dovrebbe chiedersi: come faccio a incentivare i proprietari a investire nel mattone invece che togliere fondi?».

© RIPRODUZIONE RISERVATA