Lavoro, diritti e welfare: i giovani vanno all’estero
Quasi la metà degli under 35 soffre l’instabilità lavorativa e le difficoltà nel realizzare progetti familiari e di vita. «Tra i fattori di incertezza un mondo che cambia, la rivoluzione digitale, l’instabilità politico-economica»
Quasi la metà (45%) dei giovani under 35 vede il proprio futuro pieno di incognite e di insidie nel raggiungere tappe di sviluppo personale. Un dato che si è consolidato nel tempo e che è contenuto nella banca dati interrogabile online dell’Osservatorio giovani dell’ Istituto Toniolo dell’Università Cattolica. Un monitoraggio sistematico a cui si aggiunge il Rapporto Giovani che sarà pubblicato in aprile su un campione di 18-39enni che non scende mai al disotto delle 2mila unità intervistate.
Della nuova edizione parliamo con Emiliano Sironi, professore associato di statistica sociale all’Università Cattolica e collaboratore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.
Professore, il lavoro è la fonte principale di incertezza?
L’incertezza c’è, lega molti fattori, mai il percorso lavorativo è una fonte esplicita di incertezza. Nel dettaglio del volume che uscirà e nel capitolo realizzato ad me e dal professor Alessandro Rosina dal titolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” abbiamo cercato di capire le fonti di incertezza in base all’aspetto lavorativo. Ci sono un mondo che cambia, una rivoluzione digitale, un’instabilità politico-economica che concorrono all’incertezza. Ma ci sono anche i fattori che ai giovani premono di più, quelli dello sviluppo e realizzazione individuale: l’instabilità di coppia e la difficoltà a far famiglia, fattori che in Italia hanno generato anche la bassa fecondità che da almeno l’Italia rende il nostro un Paese che sta invecchiando.
Quanto preoccupa l’incertezza sul futuro professionale?
In Italia negli ultimi 25 anni abbiamo visto nei giovani una crescente percezione di instabilità lavorativa. Nel Rapporto abbiamo chiesto ai giovani come immaginano sé stessi a 45 anni, un’età in cui in senso lavorativo di solito i giochi sono compiuti. Abbiamo chiesto se a quell’età saranno o meno in possesso di un lavoro: il 25% ha risposto che proiettandosi nel tempo ritiene che sicuramente non avrà un lavoro, oppure probabilmente non lo avrà, oppure non sa se lo avrà. E’ un valore più o meno omogeneo fra uomini e donne, ma il titolo di studio fa la differenza: in questo 25%, il 20% ha un titolo medio-alto (almeno un diploma di scuola superiore), ma quasi il 40% ha un titolo di studio basso. Sottolineo la percezione sul titolo di studio: ad esempio, un giovane può pensare che avere una laurea lo aiuterà a sviluppare il futuro. D’altro lato, indipendentemente che un giovane pensi che il titolo sia la chiave del successo, per chi ne ha uno medio-alto l’incertezza verso il futuro lavorativo è mitigata.
In che modo i giovani vedono il sistema di istruzione in cui sono inseriti e che aspettative hanno verso la possibilità di migliorare attraverso l’aggiornamento professionale?
Il dato è presente nell’edizione 2025 dell’indagine su “Esperienza scolastica e opinioni sul mondo della scuola”, nel capitolo scritto da Diego Mesa e Pierpaolo Triani, scienziati dell’educazione. Io stesso ho condotto un’indagine relativa ai giovani in Sardegna. Emerge che i giovani sono mediamente soddisfatti della loro istruzione scolastica a livello di scuola secondaria, ma in modo molto, molto moderato. Nel dato nazionale dello studio di Triani e Mesa la valutazione che i giovani danno in una scala da 1 a 10 sulla loro esperienza scolastica il risultato è poco superiore a 6 (6,5 nel giudizio sulla scuola di primo grado, 6,8 su quella di secondo grado). Le valutazioni intorno al 6 sono mediamente non molto positive nelle indagini di mercato sui livelli di soddisfazione.
I giovani hanno una valutazione più elevata sul loro rendimento (con un 7), ma c’è una tendenza alla sopravvalutazione.
Cosa pensano i giovani dei docenti?
Un elemento moderatamente positivo è anche il rapporto con i docenti e con gli adulti: il 38,6% degli studenti di scuola secondaria dà abbastanza o molta difficoltà complessiva nell’apprendimento durante il percorso scolastico. Quindi: la soddisfazione dei giovani è moderata e lamentano, soprattutto nelle materie Stem, difficoltà di apprendimento (45%). Una percentuale inferiore di difficoltà è lamentata sulle lingue straniere e sull’italiano. Nella scuola secondaria le lingue sono problematiche per il 28% dei rispondenti, per il 45% c’è difficoltà nella matematica e nel 20% per l’italiano. Ne deriva che l’istituzione scolastica appare come guida indebolita nella fiducia dei giovani e che la scuola abbia un po’ perso l’autorevolezza. Ciò non necessariamente per colpa dei docenti bensì perché sono cambiati il contesto e l’autorevolezza che i docenti hanno nella vita delle persone e probabilmente l’istituzione scolastica è indebolita.
Da anticipazioni del Rapporto emerge una forte tendenza alla mobilità internazionale: come leggere il dato?
Sul tema, nel Rapporto parliamo dell’Italia e anche del confronto fra il nostro Paese e Regno Unito, Germania, Francia e Spagna, cioè quei Paesi in Europa confrontabili all’Italia come popolazione ed economia. Alla domanda sull’ “andresti o torneresti a vivere all’estero per un periodo superiore a tre mesi consecutivi?” gli italiani, con gli inglesi, sono i più propensi a farlo. Il 42% (quindi un’alta percentuale), dei giovani italiani dichiara che “probabilmente” o “sicuramente” andranno o torneranno all’estero per un periodo prolungato.
Quali le motivazioni della scelta?
Ci sono due fattori: fattori push, di spinta, che spingono i giovani ad andarsene perché il posto in cui si trovano non è attrattivo. E ci sono fattori pull, fattori di attrazione secondo cui pur non essendo necessariamente male il posto in cui ci si trova c’è un altrove che attira di più. Nella nostra indagine prevalgono fra i giovani italiani i fattori push, perché nella loro percezione ritengono che in Italia ci siano situazioni non ideali di sviluppo di percorsi lavorativi e umani. Sottolineo che questa è la percezione dei giovani, mentre per esprimere una scelta la realtà dei fatti dovrebbe essere prima vissuta. Noi riportiamo la sociologia di ciò che i giovani pensano, che non sempre coincide con ciò che riferiscono. Ma siccome il rischio di andare via è concreto e depaupera il Paese di risorse economiche e produttive, le risposte basate sulla percezione vanno prese in considerazione.
Quali sono le ragioni favorevoli all’espatrio?
In primis ci sono le migliori opportunità di ottenere un nuovo lavoro, ciò per il il 17,7% delle donne e il 15,5% degli uomini. Al secondo posto c’è il maggior riconoscimento dei diritti civili e l’efficienza del welfare pubblico: 16,2% delle donne, 11,7% degli uomini. E qui si capisce anche il tema del gap di genere: nei diritti civili entra anche l’uguaglianza di genere, così come nel welfare pubblico entrano gli aspetti legati ai congedi di maternità e al supporto famigliare. Al terzo posto c’è la migliore qualità della vita (15,4% degli uomini, 12% delle donne), altro fattore per cui si ritiene che l’estero sia meglio. Minore gradimento hanno la formazione scolastica, l’attrattività culturale, il clima e l’ambiente più favorevole, fattori “pull” indicati dal 5% dei giovani. Non ultimo: abbiamo chiesto ai giovani se siano disposti ad andare all’estero accettando un basso salario. Gli italiani si dimostrano meno disponibili di altri Paesi. L’aspetto economico è importante: dice sì il 13,3% dei maschi e il 9,5% delle ragazze. In Germania il 20,7% dei maschi, 14,3% delle femmine.
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