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Faber Non soltanto i “rider”: Emma Zavarrone, docente di Statistica, analizza i risultati di una ricerca pilota di Iulm
A partire dalla crisi economica del 2007 la cosiddetta gig economy, l’ “economia dei lavoretti”, è inarrestabile e investe una lunga serie di attività e persone di vario ceto sociale e livello di studi.
I gigger sono quasi sempre associati ai rider, ma c’è molto di più. Lo spiega un’indagine dell’Osservatorio nazionale sull’identikit dei gig workers dell’Università Iulm e curata da Emma Zavarrone, professoressa associata di Statistica Sociale e Demografia sulla base di 801 interviste (di cui il 17% sulla Lombardia) basate su 23 domande con un focus speciale sull’intelligenza artificiale.
L’indagine analizza l’uso di app, Ia, sicurezza sul lavoro, scenari futuri dei platform workers, quelli per i quali l’Unione Europea si sta mobilitando per incrementare una serie di riforme che puntano a migliorare le loro condizioni di un lavoro in gran parte occasionale, a chiamata e temporaneo, scelto da chi un lavoro lo ha già ma anche da chi ne trae reddito esclusivo. In Lombardia per il 25% dei gig worker l’attività rappresenta reddito primario, un po’ più della media nazionale.
Lo studio vuole capire come si evolve sul territorio quel modello di lavoro e se si avvicina a quel modello di lavoro sostenibile che non è tanto tipico delle nostre latitudini tanto quanto lo è in Nord Europa.
Ciò implica la rilevazione e l’acquisizione di modelli diversi che una volta validati se ne prenderà atto normandoli in modo adeguato. Non si tratta dunque di normare solo i rider, ma anche le altre attività che hanno specificità e rischi. Del resto chiediamoci perché normare solo i rischi dei rider e non quelli del lavoratore autonomo, che pure è presente fra i gig worker.
La ricerca è servita a creare la base di documenti per la costruzione di una piattaforma interattiva di formazione all’interno di un progetto dell’Unione Europea. In parallelo, stiamo lavorando a un’altra indagine per monitorare come si evolve lo studio delle attitudini e delle caratteristiche dei gig worker, concentrandoci sul territorio lombardo. Ora siamo nella fase di studio del segmento di Milano e Brianza.
Essendo concluso il progetto, questa seconda parte è condotta all’interno del Centro Ricerche Human Lab ed è uno degli aspetti impliciti di valutazione del successo del progetto. È uno studio che non va a monitorare i rider, come già fa l’Osservatorio dell’Università degli studi di Milano, né va a vedere cosa accade sulle piattaforme online come fa uno studio de La Sapienza, ma va a concentrarsi su uno specifico territorio. Copre quindi un altro target e altre esigenze.
L’espressione gig worker è un “ombrello” che include lavoratori a chiamata e che per natura della prestazione non hanno carattere di continuità con l’utilizzatore finale. Nella visione comune i gig worker sono associati ai rider, che in realtà rappresentano una minima parte della categoria.
I gig worker sono quei lavoratori che esplicano lavori a chiamata senza alcuna continuità e quindi senza alcuna tutela ma con ampia libertà e flessibilità. Sotto questo ombrello entrano i contratti a prestazione occasionale, introdotti nel 2017 legge 96. Esiste l’Osservatorio dei contratti a prestazione occasionale dell’Inps, che rileva le registrazioni che ogni lavoratore dichiara in base all’attivazione di un contratto di prestazione occasionale. Ma è una delle componenti, visto che nei gig worker entra il mare magnum dei lavoratori autonomi.
Nel caso di chi voglia organizzarsi come lavoratore autonomo nella cosiddetta gig economy, più nota come “economia dei lavoretti” non esiste un corso universitario.
Ma esistono diversi corsi di formazione che danno la possibilità di potenziare quegli aspetti in cui il lavoratore autonomo, magari bravissimo nelle proprie strette competenze, è carente, a iniziare dalla complessità della burocrazia fino alla comunicazione, al self branding, alla parte digitale.
Partendo da questo tipo di esigenza formativa l’Università Iulm ha partecipato a un progetto europeo, Gig Up, con l’Università di Berlino e due Ong, una spagnola e una cipriota, per creare un insieme di lezioni gratuite affinché il lavoratore autonomo o chi abbia intenzione di arrotondare il proprio reddito mensile possa scegliere attraverso un catalogo tecnico che spiega in modo molto semplice quali sono le diverse competenze (burocratiche, di comunicazione, di self branding, legali), per apprenderle in autonomia.
Altre alternative riguardano i corsi professionalizzanti che vengono messi a disposizione dalle varie scuole professionali.
In Italia il ricorso a questa formazione professionale, rispetto all’Ue e a singoli altri grandi Paesi europei ha una velocità di scarto. In generale nel nostro Paese sia i disoccupati sia i lavoratori dipendenti se non sollecitati si mostrano restie ai corsi di formazione. Si partecipa se si è spinti dai datori di lavoro.
È importante riflettere sulle multiple classificazioni che convivono sotto il cappello dei gig worker.
Chi è gig worker come primo reddito cerca di intercettare il settore giusto e di rendersi disponibile al lavoro e alla formazione. Diversamente se si tratta di secondo lavoro vediamo che c’è un grande impiego da parte delle donne che, comunque, sono tutte donne che già fanno un primo lavoro e hanno un livello di istruzione inferiore alla laurea. In questo caso il gig work che viene scelto è facile, con una routine semplice, lo si fa sottraendo poco tempo alle altre attività e cercando di ricavarne un arrotondamento di reddito.
La ricerca Iulm mostra che il 3,37% ha licenza media inferiore, 46,31% ha licenza media supeirore, il 18,1% laurea di primo livello, il 22,35% di secondo livello, il 6,87% ha master o corsi post-laurea e il 3% dottorato di ricerca. Fra i gig work prevalgono le attività di vendita di prodotti, con prevalenza di occupazione femminile.
Ogni volta che ci ritroviamo sul confine dell’introduzione di nuove tecnologie ciò si accompagna a una sorta di timore, sia per una divulgazione un po’ romanzata sia perché in certi casi si fa un po’ di terrorismo sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale.
È sempre accaduto con tutte le grandi innovazioni immesse sul mercato, accolto spesso in modo scettico o del tutto negativo. A partire da ciò ci siamo chiesti come le persone vedessero l’intelligenza artificiale nell’ “economia dei lavoretti”.
È emerso un cambio di mentalità: chi non ha un livello elevato di istruzione ha paura, pensa che con l’IA attività ripetitive (come ad esempio quelle che già stanno facendo) possano scomparire e che la loro competenza diventi inutile. Diversamente, i professionisti del mondo dei lavoratori autonomi la vedono come opportunità. E si torna al tema della formazione, della cultura del dato, di una giusta divulgazione.
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