L’uso dell’ai nelle aziende «uTILE, MA NON PER TUTTO»

La riflessione di Sebastiano Grandi, professore ordinario di Management in Università Cattolica «In alcuni settori, gran parte delle decisioni che devono essere prese restano ancora nelle mani dell’uomo»

«Le aziende stanno vivendo un periodo di grande cambiamento, in cui molte attività oggi soprattutto di carattere operativo ma in prospettiva anche attività di ordine strategico possono essere integrate e anche sostituite da piattaforme di intelligenza artificiale generativa, che quindi tende ad apprendere progressivamente anche sostituendo un processo decisionale. Il mondo accademico e quello aziendale sono in un momento di grande riflessione su ciò».

Lo afferma Sebastiano Grandi, professore ordinario di Management in Università Cattolica e componente del comitato organizzatore di un recente convegno dal titolo “Le Intelligenze aziendali per la competitività sostenibile e il bene comune” in cui si sono confrontati accademici, industriali ed esponenti del mondo finanziario sul dialogo fra intelligenze umane e intelligenza artificiale, in cui dove le intelligenze aziendali sono sintesi di queste due dimensioni. Qui Grandi spiega fra l’altro come le pmi possano adeguare la loro formazione per affrontare il cambiamento.

Professore, quanto preoccupa un’AI che in prospettiva arrivi a sostituire in un’azienda i processi decisionali?

Nella tavola rotonda del convegno fatto a gennaio ci siamo chiesti fino a che punto ciò possa essere un bene e quali sono gli alert che oggi le aziende devono tenere sotto attenzione. Dal dibattito degli operatori è emerso che, date le differenze settoriali fra le aziende, ci sono ambiti in cui le scelte strategiche e anche i settori di appartenenza vincolano le possibilità di sviluppo dell’intelligenza artificiale e lasciano quindi ancora nelle mani dell’uomo gran parte delle decisioni che devono essere prese.

Quali ambiti sono?

Si tratta degli ambiti legati al mondo della natura, del prodotto fisico. In tavola rotonda al nostro convegno avevamo fra gli altri Francesco Mutti (ad di Mutti SpA e presidente di Centromarca, nda), il quale ha evidenziato come ci fossero prospettive riguardanti alcuni settori ma anche come molte delle decisioni passino da valutazioni che hanno a che vedere con l’ambiente, la natura, i luoghi, i campi, la produzione. Aggiungo che si leggono dossier e ricerche in cui si ipotizzano soluzioni basate sull’intelligenza artificiale in tempi rapidi, che poi invece si rivelano lunghissimi: in base a previsioni fatte cinque o dieci anni fa oggi dovremmo avere una realtà con robot in ogni casa per le attività domestiche e con strade popolate da auto elettriche a guida autonoma: non è così. Abbiamo previsto un futuro molto più vicino di quello che in realtà si paventerà.

Al di là delle suggestioni tecnologiche c’è una realtà che va a una velocità più lenta?

Sì, ma ciò non significa che tale aspetto legato all’intelligenza artificiale vada trascurato: ad esempio in ambito finanziario o in quello della creatività, ambiti in cui ci sono fenomeni molto più veloci che necessitano anche di regolamentazioni normative diverse rispetto al passato, com’è il caso del diritto d’autore. Oggi l’Ai entra nei processi di creatività, ma ciò che è creato con grande contributo di Ai non è formalmente soggetto a diritto d’autore. Fare una canzone con l’intelligenza artificiale non consente di difenderla come diritto d’autore. L’Europa è abbastanza avanti, con l’AI Act che entrerà a regime a metà anno.

Da parte delle pmi, in particolare le più strutturate e impegnate in settori a tecnologia avanzata, una volta preso atto dell’interazione fra l’AI e le diverse intelligenze aziendali qual è il giusto piano di formazione che dovrebbero mettere in campo?

Le aziende dovrebbero innanzitutto capire il linguaggio dell’AI: non si deve essere “madrelingua” di AI e neanche creatori di ’AI’, ma se ne deve capire il linguaggio. Già questo è un passo non banale: quando si dialoga con qualcuno che parla un linguaggio diverso e sa far meglio di noi determinate cose il dialogo si impone, non si può ignorare. Bisogna che le aziende imparino il linguaggio dell’AI e che imparino a governarlo, cioè a capire come possa essere utile per migliorare quello che l’azienda fa. Ciò che emerge oggi è che l’AI fa bene certe cose, ma le fa a uno stato basico: sostituisce ciò che noi facciamo abbastanza bene, ma non è in grado di sostituire ciò che l’uomo fa molto bene. Forse lo farà fra un decennio, visto che l’AI apprende molto bene, ma ora non lo sappiamo. Il tema è come usare quello che l’AI oggi sa fare per fare meglio ciò che noi ieri già facevamo magari non così bene. Ciò toglierebbe una parte di lavoro non particolarmente qualificante (che non fa la differenza) per incrementare quella parte di lavoro che fa la differenza.

C’è un problema di investimenti da parte delle pmi?

Ancora oggi tutto questo ha un costo non banale. L’AI non è gratis nel momento in cui viene integrata nell’azienda e soprattutto non è gratis il fatto di alimentare con propri dati aziendali dei software di AI. Il vero valore aggiunto dell’AI è quando viene alimentata con dati propri, dati relativi all’attività aziendale, che si integrano con dati secondari trasformandosi in un fattore che genera valore aggiunto. Costruire un sistema informativo è una cosa molto costosa che le pmi faticano a raggiungere. Quindi in tal caso oltre ad imparare il linguaggio dell’AI, ad impararne il potenziale per fare meglio ciò che già si fa è bene non farlo da soli bensì organizzandosi fra aziende per avviare dei distretti, consorzi, reti di aziende in cui integrare con adeguati investimenti AI e intelligenza umana.

Ci sono già esperienze simili?

I grandi provider di AI tendono a porsi loro stessi come integratori. Ad esempio, Sap, grande azienda globale produttore di software per i processi aziendali che ha soluzioni di IA sia per grandi aziende, è anche fornitore di servizi in scala minore per pmi verso le quali fanno da collettore per soluzioni ad hoc. Ma ritengo che le pmi non possano essere semplicemente al traino delle società di consulenza o di servizi da cui comprare ’pacchetti light’ di AI per il solo fatto di non riuscire ad accedere a soluzioni premium: devono invece poter accedere a “pacchetti premium” unendosi fra di loro, altrimenti il rischio è che l’AI che potenzialmente potrebbe appiattire le differenze fra piccole e medie aziende in realtà le ampliano, viste le soglie critiche molto alte da raggiungere.

Stessa dinamica di internet?

Sì, all’inizio internet da luogo democratico in cui ciascuno poteva operare ha fatto pensare che si sarebbero appiattite le differenze fra grandi e piccoli. In realtà è accaduto il contrario: internet ha favorito la polarizzazione di alcuni fenomeni. Era in teoria un luogo democratico, quando era nato aveva molti motori di ricerca fra cui Google non era nemmeno il primo, mentre oggi è l’unico. Così come per l’e-commerce, dove domina Amazon. Nel mondo fisico abbiamo molte possibilità di scelta su dove andare a comperare, in internet si compra su Amazon. Il luogo più democratico del mondo è diventato il più aristocratico.

Qual è il rischio per le pmi?

Il rischio è che se le pmi non si organizzano per fare sistema possano rimanere indietro: qualcuno che genera soluzioni per loro probabilmente c’è ma la soluzione uno deve crearsela da solo, non deve comprarla in versione light da qualcun altro. Ricordo che il mondo dell’AI cambia molto rapidamente, nel giro di mesi.

Con un effetto sulle abitudini di consumo, di cui le aziende dovrebbero tener conto?

Sì perché a seguito di ciò noi cambiamo ogni due-tre anni il nostro modo di viaggiare, di cercare informazioni, di prenotare, di comprare. Chi arriva prima a trovare la soluzione per intercettare i nostri nuovi bisogni vince.

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