Tessile, l’obiettivo: creare una filiera green per gestire gli scarti come risorsa

La riflessione di Giancarlo Dezio, direttore del Consorzio Ecotessili

Como

Un valigia di vestiti, circa 12 kg, per ogni cittadino europeo finisce ogni anno nei rifiuti. Ed è stato un crescendo. Tra il 2000 e il 2015 la produzione mondiale di abbigliamento è raddoppiata, secondo i dati diffusi dalla Ellen MacArthur Foundation. Tuttavia, a questo incremento dei volumi non è corrisposto un maggiore utilizzo dei prodotti: al contrario, il numero medio di volte in cui un capo viene indossato è diminuito del 36%. Il quadro è peggiorato nel periodo post-pandemico. Uno studio dell’agenzia europea per l’ambiente (eea) evidenzia come il consumo tessile pro capite nell’unione europea sia aumentato da 17 kg a 19 kg di tessuti all’anno tra il 2019 e il 2022.

In questo contesto si inserisce l’attività dei consorzi per la raccolta e il recupero dei rifiuti tessili. In particolare il consorzio Ecotessili richiama l’attenzione sulla necessità di allungare la vita di abiti e calzature come leva prioritaria per la riduzione degli scarti. «La riduzione del rifiuto comincia con un intervento a monte, ossia prolungando la vita utile di indumenti e calzature. Ogni utilizzo in più consente di valorizzare le risorse impiegate per produrli e di contenere la quantità di scarti da gestire» è la riflessione di Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecotessili,

Il settore tessile è tra i comparti a maggiore intensità di materie prime, acqua ed energia. Accorciare il ciclo di vita dei prodotti non fa che moltiplicare gli impatti ambientali legati non solo alla produzione, ma anche al trasporto e allo smaltimento finale. Per invertire la rotta, si suggerisce una serie di strategie concrete per i consumatori e le aziende. In primo luogo, la scelta della qualità e della durabilità: privilegiare prodotti realizzati con materiali resistenti e progettati per durare nel tempo è l’antidoto principale al fast fashion.

Un altro punto critico riguarda la composizione dei tessuti. I capi che presentano un mix complesso di fibre sintetiche, difficili da separare in fase di trattamento, rendono il riciclo estremamente costoso e complicato, talvolta impossibile. A questo si aggiunge l’importanza della manutenzione ordinaria: seguire le indicazioni di lavaggio, limitare i trattamenti aggressivi e intervenire tempestivamente su piccoli danni o macchie può evitare la dismissione anticipata di un indumento. La cultura della riparazione, che consiste nel sistemare bottoni, cerniere o suole, deve tornare a essere una pratica comune.

Fare acquisti pensando alla durata dei capi, utilizzarli il più possibile e, solo in ultima istanza, destinarli alla raccolta differenziata è la sequenza di azioni che permette di contrastare la crescita dei rifiuti tessili. Il ruolo dei consorzi è fondamentale in questa transizione, specialmente in attesa del decreto attuativo che disciplinerà in Italia il regime di responsabilità estesa del produttore. Questo cambio di passo normativo obbligherà i produttori a farsi carico dell’intero ciclo di vita del prodotto, incentivando la progettazione di beni più facilmente riciclabili.

L’obiettivo comune è creare una filiera “green” capace di gestire gli scarti non più come un peso, ma come una risorsa. Solo attraverso una corretta raccolta differenziata e un forte investimento nel riuso e nella condivisione, donare o scambiare abiti usati, sarà possibile estendere la vita dei prodotti e ridurre sensibilmente la domanda di nuovi articoli, tutelando così l’ambiente senza sacrificare il valore economico del settore.

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