Addio cabine del telefono, la nostra storia che sparisce

Si rifletteva a lungo prima di decidere. I gettoni erano pronti, bronzei e fedeli come alleati, la telefonata poteva essere lunghetta o fulminea, dipendeva da chi avrebbe risposto all’altro capo del filo. Chiamare dal telefono di casa non se ne parlava neppure, troppi orecchi curiosi in giro, genitori, fratelli o peggio sorelle, la cabina della piazzetta era il rifugio sicuro e isolato, ci si sentiva protetti e il due di picche, sempre in agguato, era assorbito più facilmente, come se l’agognata fanciulla fosse un’entità astratta, una voce fuori campo arrivata chissà da dove.

Se tutto filava per il meglio invece, era quasi un piacere sentire il rumore del gettone che scendeva e avvisava del consumo, urbana o interurbana, il sibilo d’avvertimento elettrizzava il filo e ci si affrettava con i baci e tutto il resto ma l’ultimo saluto rimaneva quasi sempre nella cornetta.

Passava il tempo, i gettoni erano spariti sostituiti prima dalle monete e poi dalle tessere, ma in cabina si andava sempre, perché era il palcoscenico ideale per fare scherzi telefonici agli amici (più spesso agli antipatici) o perfino piccole scommesse -in caso di famiglie numerose- su chi avrebbe risposto alla telefonata.

Lì il credito era sostanzioso e si poteva sostare in quel confessionale laico anche più del previsto, perché con l’agendina alla mano poteva sempre spuntar fuori una Francesca o Giulia da invitare a un cinemino o a passeggiare sul lungolago compreso gelato. Qualche volta poi veniva la tentazione della telefonata anonima, magari con la cornetta lasciata penzolare alla fine, come si vedeva fare nei film polizieschi.

Dal 1952, anno della posa della prima cabina telefonica in Italia, sistemata dalla Stipel in piazza San Babila a Milano, la sua sagoma ha fatto parte del paesaggio, agli angoli delle vie, nelle piazze, nei sottopassi della metropolitana, un parallelepipedo simpatico, sulle prime di un grigio marroncino, sormontato dalla ruota gialla di un telefono con tanto di cornetta nera al centro, poi diventata rossa in campo bianco, e alla fine con la parte vetrata più ampia e la base rosso fuoco.

Le ultime non consentivano più l’intimità, c’era soltanto il telefono coperto da una cupoletta di plexiglas antipioggia, sparito ormai l’odore di cane bagnato o di sigaretta, la scia di profumo della signora che non finiva più di parlare, o la puzza lasciata da qualche alito fecale o saturo d’aglio, segni di un’umanità in cerca di contatti, vogliosa di farsi sentire dall’amante, dal rivale, dall’amico, dal sindaco, dalla polizia, dalla mamma appena arrivati in aeroporto, dal creditore o chissà da chi, lì in piedi a sbraitare o a flautare, infilando gettoni un tempo equiparati alle 200 lire e spendibili come moneta.

Entro fine anno, delle cabine telefoniche rimarrà soltanto il ricordo, 15 mila telefoni pubblici spariranno assieme a miliardi di parole corse sul filo, ma Tim spiega che qualche cimelio rimarrà appeso ai muri di ospedali e caserme, alle volte che qualcuno dimentichi il cellulare. Polizia e carabinieri tireranno un sospiro di sollievo, nelle pellicole più datate infatti, il terrorista o il delatore chiamava sempre da una cabina e la telefonata non poteva essere rintracciata se non quando la bomba stava per esplodere o tizio e caio erano ormai cadaveri. Oggi i tabulati dei cellulari sono lo strumento d’indagine per eccellenza, non scappa più niente.

Negli anni di piombo poi, le cabine telefoniche furono anche depositarie di volantini delle Br o di altri gruppi terroristici che rivendicavano attentati, gambizzazioni, rapimenti od omicidi. Ma anche testimoni di brutte storie di droga, con i tossicodipendenti che le usavano come rifugio per bucarsi, o di ladruncoli che forzavano lo scrigno telefonico per rubare i gettoni o le monete.

Un pezzo di storia del nostro Paese, insomma, che le “gabine” -come le chiamavano gli anziani lombardi di un tempo, usando inconsapevolmente ciò che i linguisti chiamano lenizione- racconterebbero meglio di qualsiasi libro o film. Alla fine però, una domanda inquietante si fa strada nella nostra mente: se passerà dall’Italia, dove si cambierà ora Clark Kent per diventare Superman?

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