Ballare in sicurezza.
Una lezione italiana

Bisogna avere il coraggio di dire che a noi è andata bene, che non era il nostro appuntamento con il fato. Anche noi abbiamo passato notti in locali senza uscite di sicurezza. Anche noi abbiamo ballato con la morte vicino, senza saperlo.

Eppure la tragedia di Crans-Montana non può essere archiviata come una fatalità. Non è stato un destino avverso, né una sfortunata concatenazione di eventi. È stata, ancora una volta, la conseguenza di una sottovalutazione sistemica della sicurezza nei luoghi del divertimento.

Un tema che l’Europa continua a rimuovere, salvo poi indignarsi quando il conto arriva. E arriva sempre altissimo.

A dirlo senza ipocrisie è Claudio Trotta, tra i più grandi promoter di musica dal vivo italiani, l’uomo che ha portato Bruce Springsteen nel nostro Paese: «Quanto tragicamente successo a Crans Montana non è una casualità. Purtroppo nella stragrande maggioranza dei locali europei di piccola e media dimensione dove si svolgono concerti e serate non vi è alcun rispetto delle più elementari norme di sicurezza».

Parole nette, che inchiodano un sistema. E che fanno emergere una differenza spesso ignorata: quella tra l’Italia e gran parte d’Europa.

Nel nostro Paese le leggi esistono, sono severe e, nella maggioranza dei casi, vengono applicate. «L’Italia ha normative molto serie – continua Trotta – tanto che molti locali europei qui non potrebbero neppure aprire». Non è un vanto retorico, ma un dato di fatto. Capienze contingentate, vie di fuga obbligatorie, materiali ignifughi certificati, piani di emergenza, controlli delle commissioni di vigilanza: tutto questo rende l’apertura di una discoteca o di un club un percorso a ostacoli. Faticoso, costoso, spesso contestato. Ma necessario, perché la sicurezza non è burocrazia: è prevenzione.

Questo però non significa che siamo immuni. Anche da noi le discoteche devono sottostare a norme rigidissime, è vero. Ma troppo spesso si balla altrove. In ex capannoni, seminterrati, circoli privati trasformati per una notte in locali da centinaia di persone, spazi “adattati” all’occorrenza. Luoghi che non dovrebbero ospitare pubblico, o almeno non in quelle condizioni. Ed è lì che la sicurezza torna a essere un’opzione, non un obbligo. È lì che si chiudono gli occhi, si allarga una porta, si improvvisa una via di fuga.

Dentro quella discoteca di Crans-Montana - dentro tanti locali come quello, nella nostra gioventù lontana - molti di noi sono entrati diverse volte. La differenza è che siamo stati solo più fortunati. Quelle pareti, quelle luci, quelle uscite mai davvero pensate per un’emergenza non erano meno pericolose allora: erano bombe pronte ad esplodere. E qualche volta, forse, lo sono state anche da noi.

Quante volte abbiamo visto bottiglie volare sopra le teste con fiamme scintillanti? Quante volte abbiamo ballato fino all’alba in seminterrati soffocanti? Quante volte abbiamo frequentato locali ignari dell’inesistenza o dell’insufficienza delle vie di fuga, fidandoci dell’abitudine più che delle regole?

Lo ripetiamo: siamo stati solo più fortunati dei ragazzi morti o feriti nell’incendio dell’ultimo dell’anno. La fortuna, però, non è una politica di sicurezza. E continuare a confondere il divertimento con l’incoscienza è un lusso che non possiamo più permetterci. Perché la musica, la festa e la libertà non valgono nulla se non tornano tutti a casa vivi.

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