Giustizia: carcere per inseguire la “pancia”

Se, come sostiene un filosofo illuminato - anche solo per il fatto che era sempre a passeggio con una lanterna al seguito - del calibro di Diogene, «il miglior modo per vendicarsi dei propri nemici è diventare migliori di loro», la sensazione è che per raggiungere la saggezza di quel passato ci sia ancora molta strada da fare, in questo presente. Almeno per quello che riguarda il capitolo “giustizia”.
Venerdì il Sociale è stato teatro (non solo in senso letterale) di un evento di grande spessore umano e giuridico. Un pomeriggio di confronto, dibattito e riflessione su un tema clamorosamente scomodo di questi tempi: perché è sbagliato “buttar via la chiave” quando si parla di carcere, di reati e di sanzioni. A organizzare l’incontro gli avvocati delle Camere Penali del Distretto della Corte d’Appello di Milano, ovvero di ben sette differenti province. I quali hanno provato a ragionare sui motivi per i quali, per come è pensato e strutturato oggi, il carcere non è una risposta. Non lo è sul fronte del recupero di chi commette il reato, che quando esce di cella (dati del Cnel) 7 volte su 10 torna a delinquere (contro l’appena 20% di chi è ammesso alle pene alternative); non lo è sul piano costituzionale, che vede nella pena un mezzo di rieducazione del condannato; non lo è nel contesto moderno del mondo sicurezza, visto che tutti i reati più gravi sono in clamoroso calo rispetto a 30/40 anni fa (alcune righe di pazienza prima di dare qualche numero); e infine - e forse soprattutto - non lo è neppure nell’ottica di quella giustizia invocata dalle vittime. Che dalla cosiddetta “certezza della pena” fine a se stessa non ricavano alcun conforto. Perché, proprio come sosteneva Diogene, «il miglior modo per vendicarsi dei propri nemici è» veramente «diventare migliori di loro».

Il fatto è che certe riflessioni sono scomode. Basti leggere i commenti sui social o sul nostro sito, a margine dell’iniziativa delle Camere penali, per rendersi conto del clima in cui viviamo. “Diamogli l’hotel a 5 stelle”. “Giusto a teatro possono andare”. “Eh, se la gente finisse in galera davvero poi come camperebbero (gli avvocati ndr)?”. “Sempre pro delinquenti e mai qualcosa in favore delle vittime”. Sono solo alcuni commenti - i più sereni - sul tema, dai quali già emergono due concetti interessanti. Il primo: l’incapacità di accettare che si possa parlare di un sistema sanzionatorio differente, anche e, paradossalmente, soprattutto pensando alle vittime, più che ai “carnefici”. Il secondo: è evidente il rifiuto totale di provare a immaginare una realtà differente dall’attuale.

Uno dei motivi principali che rendono il tema scomodo, riguarda la percezione reale del tema sicurezza. Anche qui, i commenti social sono illuminanti. Ogni fatto di cronaca è accompagnato dall’immancabile: ma che mondo stiamo diventando? La risposta è: un mondo migliore. Almeno, Como - sul fronte sicurezza - lo è. Rispetto agli anni Ottanta e Novanta (dati Istat) gli omicidi in provincia sono diminuiti del 70%. I tentati omicidi sono dimezzati. Pure i furti in casa sono calati del 30%. I furti d’auto, poi, sono l’85% in meno. E le rapine? Meno 60% quelle in banca. Meno 90% in posta. Meno 20% quelle totali, dove però se un tempo le rapine erano per lo più a mano armata (oggi furti che finiscono con spintoni). Sia chiaro: non è un mondo perfetto, ma neppure l’inferno che certa politica vorrebbe dipingere. Politica che, per inciso, anziché riflettere su ciò che è meglio per la società, preferisce inseguire gli slogan e la pancia. Pensando a inasprire le pene e a rendere più invivibili le carceri. Mettendo così in atto vendette, tristemente meno sagge e moderne di quelle ipotizzate da Diogene. Duemilatrecento anni fa.

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