Il brutto secondo   tempo del calcio

Il brutto secondo

tempo del calcio

Forse è vero che tutto si tiene. “Roccia” Burgnich ha scelto di raggiungere alcuni compagni nel ritiro più in altura che ci sia proprio quando il nostro calcio sta impazzendo in maniera definitiva, come la maionese manipolata da uno chef malaccorto. I casi di Donnarumma e Conte devono apparire inconcepibili a chi ha vissuto un’epopea del pallone in cui le “bandiere” (come il suo Sandrino Mazzola) non le pesavi un tanto al chilo e gli allenatori che vincevano un campionato ringraziavano la società e il presidente per aver allestito una squadra molto competitiva e si accontentavano di un ritocchino dell’ingaggio per la stagione successiva.

Un calcio in cui chi andava in campo aveva sulle spalle numeri dall’1 all’11. Era facile mandare a memoria le formazioni: il tormentone “Sarti, Burgnich, Facchetti…” lo conoscevano anche quelli che non tifavano per l’Inter. Oggi, con queste rose pletoriche si fa fatica a tenere a mente un nome. Gli schemi erano lineari, in difesa, quasi sempre, il 2 come Tarcisio, doveva incollarsi all’11 avversario per impedirgli di tirare in porta, il 5 faceva lo stesso con il 9. Lo spartito era più semplice, perché al contrario di quanto avviene oggi, contavano gli interpreti per riuscire a renderlo memorabile. Il ritmo era più basso, la tecnica più alta.

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