Il premier che piace. Nonostante il governo

Sono passati ormai quasi 10 mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi e la Meloni continua a godersi la sua luna di miele con l’elettorato. I sondaggi continuano a porla, quanto a gradimento, saldamente in testa a tutti gli altri politici. Fratelli d’Italia, da parte sua, si tiene ben stretta la posizione di primo partito nazionale che guarda le altre formazioni dall’alto del suo (potenziale) 30% di consensi. Eppure, non si può dire che tutto proceda ottimamente per il governo. Il duro confronto con la realtà sta procurando al primo governo di destra della storia repubblicana non poche - e nemmeno piccole - complicazioni, smentite ed anche frenate nell’attuazione del programma.

Di queste difficoltà molte dipendono dal pesante carico di annosi problemi ereditati e mai risolti come il disservizio dei taxi, il pasticcio delle concessioni balneari, per non dire del lento ma persistente scadimento del servizio sanitario nazionale.

Altre complicazioni sono da addebitare invece all’ambiente esterno: il protrarsi della guerra in Ucraina, l’inflazione, l’aumento dei tassi d’interesse decretato dalla Bce, il raffreddamento del commercio mondiale, la costosa transizione ambientale. Il grave è però che agli intralci esterni si sommano gli intoppi interni.

Una parte di questi sono da mettere in conto all’avventata rincorsa di ogni malcontento e protesta del tempo dell’opposizione che aveva spinto Fd’I a lanciare promesse di difficilissima o addirittura impraticabile attuazione: ad esempio, la lotta senza quartiere contro l’Europa, il blocco degli sbarchi con sbarramento militare, l’alleggerimento indiscriminato del carico fiscale, e via di questo passo.

Un’altra parte è invece da mettere in conto ai vari partner del centro-destra che non si astengono dal procurare problemi al governo. Il manager Claudio Anastasio (presidente di nomina governativa della 3-I Spa) che cita il Duce. Il presidente del Senato La Russa che compie uno scivolone, prima sulla storia (attentato di via Rasella), poi sulla giustizia (assoluzione preventiva del figlio incappato in una brutta storia di - presunta - violenza sessuale). Il vice presidente della Camera Rampelli che ha pensato bene di lanciare la guerra contro gli anglicismi. E, fino a qui, siamo solo alle gaffe e agli scivoloni. Ma non è tutto. C’è poi l’infilata di ritardi, di blocchi, di passi falsi, di rinvii, dovuti sia a carente progettualità e impreparazione sia a rivalità di partito e di leader (per non fare nomi, Salvini). Tutto ciò ha frenato, e talora messo al palo l’azione del governo. Il ministro per gli affari europei Fitto si è tirato il collo per agguantare la terza e la quarta rata del Pnrr. Il suo collega dell’economia Giorgetti non sa ancora come rendere definitiva la riduzione temporanea del cuneo fiscale. La ministra del lavoro Calderone si sente in croce.

Colpa del governo che ha abolito il reddito di cittadinanza senza mettere prontamente in moto le politiche per il lavoro. Governo che, pur contrario al salario minimo, è tuttavia timoroso di pagarne un conto salato in termini di malcontento, mentre su riforme istituzionali (presidenzialismo/premierato, autonomia differenziata) naviga a vista.

Molti passi falsi, frequenti passi indietro, ricorrenti fermi. Ciò nonostante, l’elettorato non abbandona né Fd’I né la Meloni né il suo governo. Quali sono le ragioni di questa magia? Il capo dell’esecutivo col suo attivismo copre i ministri. Con i suoi successi, la politica estera sopravanza una politica interna ansimante. Da ultimo, l’opposizione dà del suo: non sa fare molto altro che gridare al lupo al lupo: senza saper avanzare una credibile proposta d’alternativa. Risultato: fa perdere credibilità più a se stessa che al governo.

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