Il referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario è ormai prossimo ma le discussioni in corso esulano dal vero merito della riforma. Presentarla come resa dei conti tra maggioranza e opposizione o, peggio ancora, tra politica e magistratura, è un grave errore che stanno commettendo tutti gli attori in causa. Siffatto approccio è fuorviante per autodeterminarsi liberamente in ordine al contenuto di una riforma che dovrebbe essere letta nella sua portata oggettiva. Essa nasce da un’esigenza che è stata manifestata da più parti – di destra e di sinistra, inclusa alcuna magistratura - per dare attuazione piena all’art. 111 della Costituzione, riformato nel 1999 dal governo D’Alema introducendo il principio del giusto processo per cui “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”.
Ed è sul tema della terzietà e imparzialità che nel corso degli anni si sono sviluppate discussioni. La ritenuta contiguità tra Pubblici Ministeri (PM) e magistrati giudicanti, la predominanza delle correnti nel Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) – che da organo di garanzia è divenuto sempre più di rappresentanza politica – il protagonismo mediatico di certe Procure, alcuni orientamenti giurisprudenziali sovrapponibili ad un certo portato ideologico, nonché scandali interni che hanno svelato alcune indubbie storture, hanno alimentato il dubbio di non terzietà e imparzialità e prodotto uno scontro diretto tra politica e magistratura con reciproche accuse di delegittimazione.
Posta questa premessa, la legge di riforma costituzionale, riscrivendo gli articoli 104 e 105 della Costituzione (e adattandone altri cinque), lascia immutato il principio di autonomia e indipendenza della magistratura ma introduce la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Sdoppia l’attuale CSM in due CSM, uno per la magistratura requirente e uno per quella giudicante, con funzioni paritetiche a quelle precedenti, scorporando però la funzione disciplinare che viene attribuita ad un’unica Alta Corte di nuova costituzione.
La designazione dei componenti del CSM non avviene più tramite elezione, ma tramite sorteggio, per due terzi tra tutti i magistrati e per un terzo tra laici indicati in un elenco di professori universitari e avvocati che il Parlamento compila preventivamente. L’Alta Corte disciplinare è composta da quindici giudici dei quali sei laici (tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento) e nove magistrati (tre requirenti e sei giudicanti) aventi certi requisiti di anzianità e funzione.
La Polizia Giudiziaria resta sotto il controllo diretto della magistratura requirente, essendo rimasto intoccato l’art. 109. Le novità sono, dunque, rilevanti, ma la riforma è “in bianco” perché – come ogni norma costituzionale - rimanda a leggi ordinarie di futura promulgazione l’attuazione di diversi aspetti regolamentari, ciò che ha aperto la strada alle più disparate tesi delle parti contrapposte. I favorevoli alla riforma ritengono che lo sdoppiamento delle carriere – che invero esiste nella maggioranza delle democrazie – garantirebbe una maggiore autonomia e terzietà dei giudicanti dai PM, i quali manterrebbero, comunque, gli stessi poteri di accusa e di indagine attuali. I contrari alla riforma sostengono che la separazione delle carriere avrebbe il solo fine di isolare la magistratura requirente ponendola su di un piano inclinato per ricondurla gradualmente sotto il controllo del Governo.
A onor del vero va detto che questa argomentazione appare più suggestiva che verosimile, in quanto presupporrebbe l’emanazione di leggi che sarebbero facilmente disinnescabili per vizio di incostituzionalità. I favorevoli interpretano il meccanismo del sorteggio come necessario per depoliticizzare la magistratura e liberarla dalle correnti che la dominerebbero, spartendosi carriere e incarichi. I contrari sostengono che il sorteggio non sarebbe conforme al diritto, poiché minerebbe il principio di rappresentatività e che i magistrati sorteggiati potrebbero non essere preparati per svolgere un ruolo nel CSM.
Inoltre, si osserva che le correnti permarrebbero, con la differenza che si creerebbero squilibri di rappresentatività. I favorevoli replicano che se i magistrati sono idonei a giudicare i cittadini, lo dovrebbero essere anche per svolgere un ruolo nel CSM. In ordine all’Alta Corte Disciplinare, infine, i favorevoli sostengono che la sua costituzione sarebbe ineludibile per un esercizio della funzione disciplinare più effettivo ed equo volto a responsabilizzare la magistratura.
I contrari negano che ad oggi via sia una giustizia disciplinare blanda e deresponsabilizzante. Invero, questa “bagarre” di argomentazioni favorevoli e contrarie, spesso propagandistiche o congetturali, offusca la vera chiave di lettura della riforma che è a mio avviso la ritenuta necessità di rimarcare la separazione dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) rafforzando l’equilibrio tra gli stessi. È indubbio che la magistratura abbia una componente politica endogena che ha preso sempre più il sopravvento e che abbia esercitato talvolta la funzione giudiziaria in modo opinabile e apparentemente sorretto da certa ideologia.
Le invasioni di campo, se non sorrette da indiscutibile imparzialità, diventano un serio problema per una democrazia dove non vi è un contrappeso al potere giudiziario, proprio perché autonomo e indipendente. Per contro, i poteri legislativo ed esecutivo non di rado hanno messo la magistratura nella condizione di dover svolgere un ruolo suppletivo, vuoi per vuoti normativi, vuoi per leggi mal fatte e contrarie a principi costituzionali o leggi internazionali, salvo poi strumentalizzare le derivate sentenze. Stabilire chi, nell’ultimo trentennio, abbia abdicato di più al proprio ruolo costituzionale non è facile, ma nemmeno è utile allo scopo. Dunque, per orientarsi al voto ci si dovrebbe astrarre dagli orientamenti politici e prima di tutto conoscere il merito della riforma. Successivamente si potrebbe operare una valutazione, sulla base di fatti noti e oggettivi, ponendosi due semplici domande: la prima, è se vi sia effettivamente un problema di terzietà e imparzialità della magistratura, anche di matrice politica, tale da rendere necessaria una riforma costituzionale; la seconda, è se il merito di questa riforma possa veramente centrare la soluzione del problema, ove ritenuto sussistente. Ognuno risponda nel suo intimo a queste domande, secondo scienza e coscienza, senza farsi influenzare dalla propaganda e dai media e si orienti di conseguenza. Riflettere, decidere e votare è imprescindibile in un passaggio così delicato della nostra Repubblica. linea un po’ zigzagante del governo per mantenere da una parte l’allineamento con Donald Trump (il quale dice: «Meloni è sempre pronta ad aiutare») senza per questo isolarsi nel contesto europeo.
È chiaro che l’operazione è sempre più difficoltosa nel momento in cui tra Usa e Ue si stanno rivoluzionando i rapporti scaturiti dalla fine dalla seconda guerra mondiale in poi, tanto più impervia per chi si era prefissa di diventare il «ponte» tra le due sponde dell’Atlantico, rappresentando il governo europeo più affine all’ideologia Maga del tycoon.
Sulla base di questa faticosa tattica, Meloni proclama in aula che «il governo non si sente né isolato in Europa, né complice di Trump e Netanyahu, né colpevole delle conseguenze economiche della guerra», che sono poi le accuse che le vengono mosse dalle opposizioni, in particolare dalle sinistre di Pd, M5S e Avs.
Le opposizioni – divise anche in questa occasione, hanno presentato ben quattro risoluzioni diverse – chiedono a Meloni un gesto di netto distacco da Washington rifiutando in ogni modo agli americani l’uso delle basi che hanno in Italia. È una posizione di bandiera perché tutti sanno che un rifiuto di questo genere è reso impossibile dal trattato bilaterale con gli Usa che data addirittura dal 1954. Solo in casi eccezionali gli americani dovrebbero chiedere l’autorizzazione al governo ospitante, ma chi giudica il «caso eccezionale»? È infatti la stessa situazione in cui si trova lo spagnolo Sanchez (divenuto un punto di riferimento per la sinistra italiana per via della sua condanna della guerra) che ha già dichiarato che sulle basi rispetterà il trattato con gli Stati Uniti, salvo casi di richieste «straordinarie». Peraltro Meloni ha detto che se davvero dovesse arrivare una richiesta dal Pentagono, lei la girerà al Parlamento che potrà votare ed esprimersi come meglio crederà. Anche questo fa parte di quell’offerta di coinvolgimento delle opposizioni che la premier ha ripetuto sia alla Camera che al Senato: è disposta ad aprire un tavolo a palazzo Chigi con le minoranze parlamentari per valutare insieme il da farsi, cosa che per una democrazia funzionante sarebbe normale in caso di eventi come una guerra. Ed è sicuro che questo stesso invito sarà rivolto dal Capo dello Stato al governo nella riunione del Consiglio supremo di difesa che si riunirà alla vigilia del vertice europeo.
Quanto alle conseguenze economiche delle bombe che stanno martoriando il Medio Oriente, i provvedimenti che il governo vuol prendere sono noti: in primo luogo l’accise mobile, ossia il trasferimento dell’extragettito dell’Iva, dovuto all’aumento del prezzo dei carburanti alla pompa, per calmierare le accise che gravano sulla benzina.
E poi una possibile sovrattassa a carico delle società petrolifere che in questo momento stanno realizzando degli extraprofitti. Per il primo provvedimento bisogna aspettare che l’extragettito dell’Iva si accumuli; per il secondo si tratta di capire come fare per applicarlo con successo, cosa non del tutto scontata.
Le opposizioni: dicevamo che, fallito il tentativo di presentare un’unica risoluzione, ognuno è andato per conto proprio. Una certa novità l’ha rappresentata il centro – ossia Renzi, Calenda, Casini, e +Europa – che hanno presentato un testo comune non del tutto dissimile da quello della maggioranza tanto è vero che ha raccolto un parere favorevole da parte del governo.
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