La legge bavaglio penalizza soprattutto i cittadini

Di sicuro sarebbe stato spento, grigio e più duro il mestiere di noi cronisti che per decenni alla gente abbiamo raccontato di tutto, di brutto e di bello, cose tragiche e orrende, altre esemplari, se anche in quella nostra bella stagione fosse stata in vigore la “legge bavaglio”, approvata dalla Camera per impedire di pubblicare i nomi degli arrestati. Per noi cronisti sarebbe stato difficile lavorare, ma quel che più conta sarebbe stata assai mortificata l’opinione pubblica, costretta nella condizione di non conoscere i presunti responsabili di crimini, alcuni assai gravi: silenzio assoluto sulle notizie. Da ora poi con il “bavaglio” sarà proprio un silenzio assurdo ad accompagnare i giorni, le settimane, i mesi, forse gli anni che seguiranno un evento criminoso di grande impatto sulla gente: gli sconcertanti e orrendi femminicidi, per esempio.

Ecco quindi che se fosse stata già in vigore la “legge bavaglio” la gente non avrebbe potuto sapere subito chi è stato a uccidere Giulia Cecchettin. E per il popolo “conoscere il reo”, pur presento, è importante, quasi un sollievo.

Questa “bella pensata” di quelli al governo centrale, dunque, mi ha indignato parecchio, come cronista e come uomo. Sono tornati in mente anche confusamente, storie criminose che ho seguito e raccontato e delle quali non avrei potuto scrivere inomi degli ipotizzati responsabili.

Il caso che rimbalza per primo con grande forza è il sequestro di Cristina Mazzotti. I componenti della banda di banditi feroci e al tempo stesso stupidi, furono tutti arrestati quasi subito dopo che fu trovata la salma della povera ragazza. Per la gente fu sicuramente almeno una piccola consolazione sapere chi era stato ad “ucciderla”. Mi ricordo che quel sequestro aveva così tanto scosso l’opinione pubblica che molte volte fui avvicinato da persone, conoscendo il mio mestiere, che mi chiedevano: «Allora? Quella povera ragazza….?Li hanno presi?».

Quando uscirono i nomi, lo sgomento più grosso fu di sapere che nella banda dei rapitori non c’erano solo quelli dell’ndrangheta, ma anche uomini e donne lombardi. Tutto questo la gente lo seppe subito.

Era l’estate del 1975. Tre anni dopo vissi un altro sequestro tragico a Meda dove fu rapito un ragazzo di 16 anni, Paolo Giorgetti. Morì quasi subito, ucciso dal cloroformio di cui era imbevuto il tampone che gli era stato premuto sul volto. Fu trovato due giorni dopo morto e bruciato in un bosco vicino a Lentate. Figuratevi l’impatto doloroso che l’evento ebbe sulla gente. E l’Italia tutta voleva sapere. I responsabili furono arrestati pochi giorni dopo. Erano anche loro calabresi di San Luca. Sparammo titoli enormi con i nomi. La stessa storia avvenne per un altro sequestro famoso in Brianza, quello di Luigi Meroni, titolare della Lema di Alzate Brianza. Pochi giorni dopo la liberazione i carabinieri arrestarono i responsabili a Carugo: anche questa volta ‘ndrangheta.

Se ci fosse stato il “bavaglio” non avremmo potuto rilevare anche nome di arrestati “della porta accanto”. Negli anni Ottanta ecco la tangentopoli comasca: in pochi anni manette per due sindaci e un noto ingegnere consigliere comunale. Gli inquirenti avevano indagato sull’operazione “teleriscaldamento” e poi altre mazzette.

Poi ci fu lo scandalo Anas: tangenti per lavori sul raccordo A9 (Maslianico-Brogeda), anche qui ordini di custodia. Poi sempre restando in città si scatenò lo scandalo per le licenze di apertura di supermercati: arrestato un assessore alle finanze. Con l’inchiesta denominata “Fiori di San Vito”, finirono in carcere decine di personaggi, quasi tutti legati alla ‘ndrangheta. La maxi aula del tribunale di Como al Bassone fu proprio costruita per accogliere processi con tanti imputati dentro la gabbia. Facemmo tutti i nomi. Una volta, però, tacemmo le generalità di un arrestato. Per poche ore finì in carcere una madre che aveva incatenato la figlia al calorifero perché non andasse a comperare l’eroina. Non avemmo il coraggio di dire chi fosse.

In quei tempi in Svizzera ai giornalisti la polizia non dava generalità di arrestati. Quando erano italiani i colleghi che li conoscevano comunque, le passavano a noi che le pubblicavamo. Poi loro le riprendevano. La realtà più fragorosa prodotta dal “bavaglio” sarebbe piombata anche sulla strage di Erba (ora tornata di grande attualità). Non sarebbero usciti nemmeno i nomi di Olindo e Rosa poi condannati all’ergastolo anche in Cassazione. La gente, in attesa spasmodica e angosciosa, li avrebbe conosciuti solo dopo un po’ di tempo.

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