La violenza verbale

ci riporta al Medioevo

Da dove arriva tutto quest’odio, questa sete di sangue, questa richiesta di patiboli, questo ergersi a giustizieri della notte, che esonda con prepotenza ogni volta che appoggiate i polpastrelli sopra una tastiera? Non c’è retorica, in questa domanda, ma una curiosità sincera e interessata. Cosa spinge una persona che, probabilmente, in un faccia a faccia, mai alzerebbe la voce a trasformarsi in un boia nostalgico della ghigliottina? Nelle pagine di cronaca raccontiamo la disavventura di un comasco, omonimo di un altro residente della provincia recentemente arrestato per un bruttissimo episodio di violenze su una bambina, che proprio a causa di quell’omonimia si è visto non solo additare come pedofilo, ma anche ricevere minacce e insulti via Facebook. La sua colpa? Avere il nome giusto (che di nomi sbagliati non ne esistono, a ben vedere) nel momento sbagliato. Senza alcuna esitazione e senza fare lo sforzo di verificare se fosse proprio lui la persona arrestata, i giustizialisti da tastiera lo avevano già preso di mira.

Questo episodio, da solo, dice già molto dell’abuso della rete e dei social. Ma se si unisce la disavventura del malcapitato omonimo alla collezione di commenti (il più delicato è: «Impicchiamolo») postati su Facebook a margine della notizia dell’inchiesta e dell’arresto, il quadro che ne emerge è allarmante. Soprattutto in un Paese dove un ministro ha proposto l’istituzione degli “assistenti civici” per aiutare i sindaci a far rispettare le regole anti assembramento e sul corretto uso di mascherine (chissà quanti abusi...).

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