L’uomo non riesce

a sopportare la realtà

Un secolo di positivismo, diceva giustamente Ennio Flaiano negli anni Sessanta, e quindi in tempi assolutamente non sospetti, ci ha insegnato a dubitare delle verità dimostrabili. Il secolo in questione coincideva in buona parte col cosiddetto “secolo breve”, il Novecento, coi suoi innumerevoli abissi e orrori, che avevano messo fortemente in dubbio grandi idee come il progresso, il ruolo e la funzione del “popolo”, la perfettibilità umana e la ragione quale principale strumento conoscitivo.

Questi ultimi sessant’anni, col crollo delle ideologie e dei grandi inquadramenti storici, e con l’imporsi a livello planetario di un modello di vita e di un pensiero unico venduto e smerciato come la più naturale e incontestabile ovvietà, hanno trasformato in certezze i dubbi sul progresso, la perfettibilità umana e la supremazia della ragione. E nello stesso tempo hanno messo fortemente in dubbio un concetto ritenuto da sempre inoppugnabile, quello di realtà. Ma a dire il vero i grandi scettici del Novecento lo avevano già capito, o almeno intuito: Vladimir Nabokov, ad esempio, aveva detto che nell’epoca della tecnologia e della frammentazione dei saperi e delle conoscenze, la realtà si era talmente screziata e disarticolata che ormai la si poteva definire soltanto per sottrazione, mai per addizione, e comunque sempre tra virgolette. La “realtà”, insomma, non la realtà. E siccome anche la vita , intesa in senso lato come esistenza, e cioè come processo biologico del nascere vivere e morire- fa parte della “realtà”, la vita stessa è diventata qualcosa di sfuggente, che si può definire più per sottrazione che per addizione. La “vita”, insomma, non la vita.

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