Se Sanremo canta contro le riforme

A chi ancora non avesse la contezza che l’Italia è la Repubblica di quei frutti africani bianchi, ricurvi, con la buccia gialla e ricchi di potassio, si consiglia di rivolgersi a Sanremo. Perché il festival della canzone italiana è diventato quello della Costituzione italiana, da difendere dagli attacchi presidenzialisti mossi dal centrodestra, in testa il premier Meloni. Così alcuni politici e giornali hanno interpretato la presenza del “duo” Mattarella-Benigni all’Ariston, con il secondo impegnato nell’usurato elogio della “Carta”. Ora, che il presidente della Repubblica e il comico siano una “coppia” politica è già abbastanza bizzarro. Che poi si scambi lo show del toscano come qualcosa di politico, una specie di altolà a governo e Parlamento, è surreale. Cosa si sarebbe detto se un costituzionalista tipo Gustavo Zagrebelsky si fosse presentato sul palco a raccontar barzellette, che voleva fare concorrenza a Checco Zalone?

Il capo dello Stato, che è ben conscio del suo ruolo istituzionale e delle prerogative che comporta, da tempo sta animando eventi per ricordare l’anniversario numero 75 della Costituzione. In quanto a Benigni, persino i suoi estimatori si sono scocciati di queste performance sugli articoli 11 e 21. Dov’è la notizia? Sta a vedere che al festival, tra un’aiuola distrutta da Blanco, una delle infinite torrenziali risate di Amadeus e una collana di banalità indossata dalla Ferragni, ci si metta pure a brigare sulle riforme istituzionali. Peraltro il conduttore, dopo la sua secca replica a Matteo Salvini, rischia seriamente di finire intruppato tra i leader del Pd. Così vedremo se avrà ancora da ridere.

Se presidenzialismo sarà, toccherà al Parlamento, scelto dal popolo italiano, deciderlo. E il presidente della Repubblica non si opporrà, proprio perché rispetta le regole del gioco. E caso mai saranno ancora i cittadini, nel caso dell’indizione di un referendum a decidere. L’opposizione combatterà la sua battaglia con le armi della democrazia mostrando la faccia, senza bisogno di nascondersi dietro a un attore comico e tirare la giacca al presidente della Repubblica, che peraltro, nel caso decidesse di farsi un terzo giro al Quirinale con l’elezione diretta, avrebbe certo molte chance di farcela, proprio perché gli italiani hanno saputo apprezzare tanto la sua fermezza quanto il suo equilibrio e la capacità di astenersi dal farla fuori dal vaso. Con queste cose, Roberto Benigni, c’entra come il cavolo a merenda. Magari si inventasse un repertorio nuovo e lasciasse stare Dante e la Carta che tormenta da anni.

E sarebbe anche bello che magari il festival, al di là dei record di audience, tornasse a essere un po’ quello in cui il conduttore annunciava il cantante che eseguiva la sua opera e poi si votava. Perché così la kermesse rischia di essere ricordata più per le mise di Francesca Fagnani che non per il brano di Marco Mengoni, vincitore annunciato, oltre che a proposito della polemica sulle riforme.

Ieri, durante un programma radiofonico, un ascoltatore aveva telefonato per lamentarsi. Diceva che lui Sanremo lo vede per le canzoni e non per essere educato e additato di tutti i mali. Parole sagge su cui varrebbe la pena di riflettere, anche se sono già cadute nel vuoto.

Perché Sanremo è Sanremo, ma la politica, quella seria di cui si sente da anni la mancanza è un’altra cosa.

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