Superlega, un fiasco
smaschera l’élite

Quando la mattina del prossimo 27 aprile gli uomini della cinquantaduesima Brigata Ceferin fermeranno a Dongo un convoglio del Torino Football Club diretto in Valtellina con a bordo il presidente della Juventus, travestito da Paolino Pulici, forse capiremo l’immensa saggezza dell’aforisma coniato da Oscar Farinetti dopo la crisi del 2008: «Io sono contro la meritocrazia, i più bravi li hanno assunti a Wall Street e guardate cos’hanno combinato…».

La vicenda del roboante lancio e del subitaneo crollo del progetto Superlega, da giorni unico argomento di discussione febbrile e indiavolata di noi uomini medi, di noi travet frustrati, di noi borghesucci piccoli piccoli - altro che il Covid, il Recovery Fund e la parità di genere - ci conferma per l’ennesima volta che esiste una sola chiave di lettura per decrittare la realtà. Una e soltanto una. Forse da sempre, ma di certo in questo melmoso spaccato storico lungo quasi un secolo. Il grottesco.

A raccontarla non ci si crede. La notte in cui è esplosa la bomba del progetto che avrebbe dovuto radere al suolo il mondo del calcio, le sue tradizioni, la sua cultura condivisa, il suo immaginario collettivo e bla bla bla, imponendo una sterzata tutta americana, modello basket Usa, all’indebitatissimo universo pallonaro europeo e quando si è visto chi erano i soci fondatori di questo patto di sangue per destituire i caporioni di Uefa e Fifa, e cioè le più titolate squadre del mondo, abbiamo tutti pensato che fossimo di fronte a un blitz algoritmico. Coordinato al millimetro. Pianificato in ogni minimo dettaglio. Garantito da accordi pregressi con i padroni del vapore del potere politico. Insomma, come diceva Gassman nei “I soliti ignoti”, “tutto sc-sc-sc-scientifico”.

E invece nel giro di qualche ora ci siamo ritrovati in mezzo a una buffonata sullo stile del putsch del colonnello Tejero quando aveva occupato il parlamento spagnolo con una pistola con il tappo e lo scolapasta in testa, oppure come il golpe di “Vogliamo i colonnelli” organizzato dall’onorevole di estrema destra Tritoni grazie ai piani strategici del colonnello Automatikos, che però fanno atterrare il corpo dei paracadutisti guidato dal colonnello Furas in un pollaio invece che a Fiumicino e fanno lanciare al completamente rimbambito generale Pariglia il messaggio alla nazione quando ormai i programmi Rai sono finiti. Una roba da tenersi la pancia dalle risate.

Qui più o meno è andata allo stesso modo. E in effetti sembra una barzelletta: c’erano lo spagnolo, il russo, l’americano, l’arabo, il cinese, l’italiano... E mica gente di passaggio, mica scappati di casa, mica venuti giù dalla pianta o con la piena dell’Adda. Tutti cervelloni, professoroni, gran scienziati, gente di business globale, finanzieri, petrolieri, levrieri della Borsa, pionieri degli anni Tremila, visionari del mondo che verrà, tutta classe dirigente che ha studiato nelle meglio università del bigoncio, che tiene le redini di una società in magmatica evoluzione e che ha ben capito che i nuovi target sono diversi, che i ragazzini non si appassionano più al calcio dei loro padri e reclamano invece velocità, rapidità, emozioni concentrate e scontri diretti, sconti diretti, scontri diretti. Basta novanta minuti pallosi. Solo highlights. Basta Milan-Crotone. Solo Milan-Real Madrid. E allora pensa che ti ripensa, tutti lì a grattarsi la pera e a elucubrare e macerare per giorni e mesi e anni fino a tirar fuori dal cilindro l’ideona: dello sport chissenefrega, l’unica cosa che conta è lo show sul quale costruire il business planetario - specialmente asiatico, ma anche americano –, decuplicare i fatturati e ripianare i mostruosi buchi di bilancio dei club, tenendo così in piedi il baraccone. E senza neppure le garanzie mutualistiche e riequilibratrici del basket americano. Insomma, una cosa più vicina al wrestling che alla Nba.

Ma il punto non è questo. Che il calcio sia da tempo un circo in mano a una banda di giostrai ormai lo sappiamo, visto che basta sentire i vertici di Fifa e Uefa, quelli che hanno moltiplicato a dismisura partite e competizioni inutili fino a organizzare i mondiali in Qatar - i mondali in Qatar! -, mentre trombonano di etica, tifo e solidarietà per farti venir voglia di dedicarti al padel. Per non parlare dei media servili e incompetenti, addirittura capaci di certificare che Scamacca (?) vale 40 milioni. Tutto vero. La cosa incredibile è come quel consesso di geni non abbia calcolato non tanto le reazioni dei tifosi, che poi in fondo sono emblema del popolo bue, ottuso e bazzesco, al quale interessa solo e soltanto che vinca la sua squadra sempre e comunque e tanti saluti all’etica sportiva e a tutto il resto, ma quelle della politica. E non abbia pensato che Stati solidi e ancora seri come Germania, Francia e soprattutto Gran Bretagna non si sarebbero fatti commissariare né tanto meno soffiare la gallina dalle uova d’oro senza colpo ferire. E infatti è bastata la minaccia di una feroce e sanguinaria controffensiva legislativa di Boris Johnson per vedere i sei squadroni inglesi tornare all’ovile dopo una rotta precipitosa più degna di Caporetto che di Dunkerque…

Il problema è che noi continuiamo a pensare che chiunque assurga a posizioni di potere, di rilevanza mediatica e, soprattutto, di visibilità televisiva sia di per sé uno in gamba, un gran signore, uno con due cosi che fumano. E invece, se magari ti capita l’occasione di frequentarli, questi fenomeni, ti accorgi che, salvo le ovvie eccezioni, questi qui non sanno di cosa parlano, sono finiti in quei ruoli per caso, per cooptazione familistica amorale o per demerito e che certi assembramenti di politici, finanzieri, manager e opinion leader di gran vaglia producono idee e ragionamenti simili a quelli che si sentono a una fermata del tram.

Non sono loro che dovrebbero comandare. E neppure gli analfabeti dell’uno vale uno. Dovremmo essere noi. E perché allora continuiamo a restarcene barricati nelle nostre case?

@DiegoMinonzio

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