Tifo azzurro in estasi: non sappiamo più chi siamo

Essere passati dal tramezzino al tartufo, dall’utilitaria alla superspider, dalla stamberga all’hotel quattro stelle, dalla fidanzatina del quartiere alla top model, dalla tuta allo smoking, è giusto che ci possa far perdere il senso della misura. Esageriamo pure, chi se ne frega. Cantate forte, lassù nel loggione del Bentegodi. Godiamo senza remore. Ricordiamoci chi siamo, ma lasciamo andare i freni inibitori. A proposito: quanto costa Lamine Yamal?

Il problema, cari amici tifosi (se di problema si tratta), è che adesso non sappiamo più chi siamo. Strano, vero? Abbiamo perso l’identità. Dopo questa ubriacatura continua e permanente, ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo più. Per fortuna, eh. Sembriamo reduci da una operazione di chirurgia plastica. Ci hanno fatto il nasino alla francese e gli zigomi alti. Ma quello sono io? Il Como inserito tra le grandi, qualificato per l’Europa, è una roba da pazzi, ma i tifosi fanno presto ad abituarsi. Purtroppo, verrebbe a dire. L’altra sera su una tv di Bergamo abbiamo visto litanie, rabbia e vesti stracciate per la mancata qualificazione in Europa dell’Atalanta. Manco fossero retrocessi. Ci ha fatto effetto. Bisognerebbe ricordarsi sempre delle origini. Si gode di più. Il salto in alto provoca uno smarrimento. Facciamo discorsi da matti. Perché siamo tutti ubriachi. Abbiamo perso la testa. Girovaghiamo come in “Cecità” di Saramago, ma di una cecità lussuriosa, se ne esiste una. Abbiamo passato una vita a recitare sempre il solito copione. Se eri in C (per non parlare della D), partivi per essere promosso, e cominciavi a brontolare al 10’ della prima partita. Se eri in B, beh... dipendeva dalla società. In anni grassi, ambivi magari anche alla serie A. E se, in quelle 13 volte (prima degli Hartono), che sei stato in Serie A, beh, cercavi disperatamente la salvezza, e il piacere, se trovavi il coniglio nel cilindro, di fare il solletico alle grandi. Tanto è vero che certi successi contro Milan, Inter o Juve li abbiamo recitati come un rosario per decenni. Ma adesso?

Che fatica cambiare pelle. Ammesso che si possa. Meravigliosa fatica. Questo cambio di scenario, ci ha preso in contropiede. Recitiamo buffamente una parte che non ci appartiene: a volte critichiamo Fabregas sui cambi, pensando che sia Colella; diciamo «No la Conference no, vogliamo la Champions»; e la sappiamo lunga dicendo «Eh, adesso però bisogna comprare un big, ci vuole Vlahovic, Dybala, Lukaku...». Parole da manicomio, se pensiamo a chi siamo. Ma divertenti. Un parco giochi dove dovremmo mantenere equilibrio. Siamo il Como. Ma non si può. E’ difficile. Se pensiamo che sino a pochi anni fa dire «Eh, se il Como andasse in A», era uguale al bambino che gioca con Mazinga Z. Fantascienza. Abbiamo sognato talmente tanto, che a un certo punto si è persino inaridita la fantasia. Non eravamo neppure più capaci di fantasticare. Eppure, in fondo in fondo, sappiamo che i tifosi del Como se lo meritano. Sapete, c’è un luogo comune secondo cui ogni tifoseria si ritiene “destinata soffrire”. E’ un mantra. Il Toro per Superga, il Milan per la retrocessione in B, l’Inter per la pazzia, Genoa, Bologna, Fiorentina e Torino per la scaduta nobiltà e l’abitudine alle delusioni, la Roma per i rari scudetti e persino la Juve per Calciopoli. E parliamo di caviale scaduto o aragosta troppo cruda, eh. Ma i comaschi? Si erano talmente abituati a 30 anni di andirivieni dalla C, che si erano persino dimenticati cosa voleva dire sognare in grande.

Il calcio, si dice, è sofferenza. C’è chi dice che la gioia di un salvezza sia molto più intensa di una gioia per una vittoria. E c’è una parte di verità. E i tifosi del Como sono reduci da una tale quantità di amarezze, delusioni, disillusioni, transiti di personaggi ambigui, fallimenti e stramberie, che adesso è normale tuffarsi nel banchetto a piene mani. Ci perdoni il bon ton se ci tuffiamo nel buffet a piene mani e mastichiamo a quattro palmenti. Essere passati dal tramezzino al tartufo, dall’utilitaria alla superspider, dalla stamberga all’hotel quattro stelle, dalla fidanzatina del quartiere alla top model, dalla tuta allo smoking, è giusto che ci possa far perdere il senso della misura. Esageriamo pure, chi se ne frega. Cantate forte, lassù nel loggione del Bentegodi. Godiamo senza remore. Ricordiamoci chi siamo, ma lasciamo andare i freni inibitori. A proposito: quanto costa Lamine Yamal?

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