(Foto di Como 1907)
Siamo andati a parlare con gli artisti nel quartiere di Gregorio Armeno: la figurina di Paz è tra le più richieste
Napoli
Gregorio Armeno è il quartiere di SpaccaNapoli dove gli artisti creano le famose statuine del Presepe. Poi si sono allargati e hanno creato una vera e propria tradizione di creazioni artistiche che riproducono personaggi famosi.
Cantanti, attori, politici. E calciatori. Molti del Napoli. Ma anche di altre squadre. Volete sapere qual è una delle più richieste? La statuina di Nico Paz, il giovane talento argentino del Como di cui ormai si parla a ogni latitudine calcistica. Non è una di quelle notizie che scriviamo per sentito dire, rimbalzate da chissà quale post. Ci siamo andati, a parlare con gli artisti: ci hanno detto di napoletani e stranieri che la richiedono. Marco Ferrigno, artista sopraffino, ne ha pronte una serie, tutte da dipingere. La precedente serie è andata esaurita. E ci siamo trovati davanti un’altra di quelle situazioni in cui noi comaschi facciamo fatica a credere o a capire. Torniamo nel nostro guscio, quasi indifferenti.
Ma intanto si parla di noi. E’ successo così per il famoso Como Lake, ventanni fa: sembrava una barzelletta, ha riversato sulla città milioni di turisti. Adesso tocca al Sinigaglia, al Calcio Como, al progetto indonesiano. «Ma sì, quando si stufano, scappano e torneremo in D», si dice. E allora? In D ci hanno preso, male che vada ci stanno regalando un meraviglioso viaggio in prima classe. Ci sputiamo sopra? Uffa, sempre ’sto negativismo. A volte andiamo allo stadio come se andassimo a vedere Como-Carrarese, e non ci rendiamo conto di quanto questa squadra sia diventata, come si dice, un brand.
L’altra sera c’era lo stadio Maradona tutto esaurito, non solo per spingere il Napoli a battere il Como, ma anche per vedere i lariani, la squadra che gioca «il più bel calcio in Italia», definizione non nostra, ma di decine di commentatori. E i fischi a Nico Paz erano ululati di paura, stima, considerazione, magari da parte di chi aveva la sua statuina in casa. Morale. Che questa squadra martedì sera abbia scritto un’altra pagina storia, si è già detto; che questa squadra stia riuscendo nel compito meraviglioso e delittuoso al tempo stesso di ridimensionare tutti gli eroi azzurri del passato e tutte le imprese che abbiamo ricordato a memoria come un rosario, è altrettanto vero. Che l’allenatore sia un fenomeno e che la società non abbia sbagliato una mossa, pure. E allora questo pezzo, che vorrebbe essere di celebrazione, come lo chiudiamo, in maniera possibilmente originale?
Con due domande, che ancora nessuno si è ancora posto, che noi facciamo per la prima volta qui, e alla quale proviamo anche a dare una risposta. Prima domanda: ma questa società dove vuole arrivare davvero? Cos’ha in testa? Se in cinque anni è andata dalla D alla (quasi) Europa, cosa alberga nella mente di chi non ha sbagliato un colpo? Quale è la proiezione di questo progetto nel futuro? Spiace farci mandare a quel paese da qualcuno che sta leggendo questo articolo, ma la parola non può che essere una: scudetto. Una roba da pazzi, una cosa che fa ridere solo a dirla, eppure noi il sospetto ce l’abbiamo. Specie se Fabregas, dopo aver eliminato il Napoli, arriva in sala stampa con lo sguardo truce e dice «Le semifinali, che sappia io, non sono una vittoria». Capito? Che poi sia impossibile, può darsi. Non diciamo che sarà fattibile, ma siamo pronti a scommettere che più d’uno, là dentro, a Mozzate, ci stia pensando.
Secondo quesito: sapete qual è, in prospettiva, il vero obiettivo del Como? Non essere ostaggio di Fabregas. Ok, detta così è brutta. Ma tanto per capire. Il giorno in cui l’allenatore spagnolo andrà via (speriamo fra dieci anni), l’obiettivo della società sarà creare un “sistema” che possa andare avanti anche senza il Genio. Grazie a una macchina avviata. Solo in quel momento potremo parlare di brand Calcio Como. E’ la scommessa del futuro. E vorrà vincerla anche questa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA