In manette il killer di Cristina Mazzotti: «Potrebbe fuggire e reiterare il reato»

Il caso La Dda di Milano dispone il fermo di Giuseppe Calabrò: «Disposto a commettere atti violenti, direttamente o per interposta persona, al fine di preservare i suoi affari illeciti»

Eupilio

Domenico Calabrò, condannato mercoledì per l’omicidio di Cristina Mazzotti, è stato fermato e portato in carcere «perché concreto è il pericolo di fuga». La Direzione distrettuale antimafia di Milano ha disposto il fermo di indiziato di delitto per il 76enne originario di San Luca, ma residente a Milano, non solo per il rischio che possa fuggire, ma anche per il pericolo di reiterazione del reato: secondo la Procura, Calabrò continuerebbe a svolgere un ruolo di mediazione tra famiglie di ’ndrangheta nella gestione dei ricavi illeciti legati allo stadio, rendendosi disponibile anche al ricorso alla violenza.

Nel fermo, firmato dai sostituti procuratori Pasquale Addesso, Stefano Ammendola e Paolo Storari, non solo si fa riferimento alla condanna e al ruolo che - in base alla sentenza della Corte d’Assise di Como - Calabrò ebbe nel rapimento a Eurpilio e nell’omicidio della giovane Cristina Mazzotti, ma anche all’indagine sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nelle curve di Inter e Milan per la gestione degli affari allo stadio San Siro, in cui Calabrò è finito sotto indagine. Dunque il pericolo di fuga non è tanto o solo legato al possibile tentativo dell’imputato di sottrarsi al carcere in caso di condanna definitiva per l’omicidio di Cristina, quanto «è prodromico ad una richiesta cautelare» proprio nell’ambito della vicenda sul ruolo della ’ndrangheta nelle vicende inerenti al Meazza di Milano.

. Video di Fabrizio CusaComo lettura della sentenza del processo Cristina Mazzotti

Dopo una sentenza di condanna, come quella di mercoledì a Como (spiegano i magistrati della Dda) il giudice deve rivalutare le esigenze cautelari dell’indagine in corso per l’inchiesta sugli affari della ’ndrangheta con gli ambienti ultras di Inter e Milan «tenendo conto anche dell’esito del procedimento, delle modalità del fatto e degli elementi sopravvenuti».

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Si legge nel provvedimento che Giuseppe Calabrò può contare su «legami che lo stesso potrebbe attivare al fine di sottrarsi alla sentenza di condanna». Più precisamente la figura di uno dei rapitori materiali (secondo la sentenza di primo grado) di Cristina Mazzotti si inserisce in una «struttura organizzativa» che è «in grado di garantirgli la latitanza». Ma, nel contempo, la Procura evidentemente sta lavorando a una nuova richiesta di misura cautelare per l’indagine che si è aperta nel 2018.

Giuseppe Calabrò è stato condannato mercoledì all’ergastolo perché ritenuto uno dei componenti del commando che, il 30 giugno 1975, ha fermato a Eupilio la Mini Minor con a bordo Cristina e gli amici Emanuela Luisari e Carlo Galli e che, successivamente, ha consegnato la diciottenne ai suoi carcerieri. Crisitna, come noto, è rimasta per un mese in prigionia, quasi sempre tenuta in una buca minuscola sottoterra, e agli inizi di agosto è morta in seguito alle condizioni della prigionia stessa e alla continua somministrazioni di farmaci da parte dei suoi aguzzini.

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Oltre a Calabrò è stato condannato, mercoledì, anche Demetrio Latella, ovvero l’uomo che aveva lasciato l’impronta digitale sulla Mini. Proprio quell’impronta, nel 2007, ha consentito la riapertura del caso e l’avvio di nuove indagini sul sequestro di Cristina Mazzotti.

Tornando al fermo, i magistrati della Dda di Milano chiariscono che la sentenza di Como ha cambiato sostanzialmente il quadro cautelare a carico di Calabrò: «Le esigenze cautelari possono scaturire dalla sentenza stessa, principalmente per la pena eventualmente irrogata» che in questo caso è il carcere a vita. Quindi la Procura attualizza la figura criminale del condannato per motivare il fermo dando conto «del circuito relazionale attuale di Giuseppe Calabrò, che testimonia il suo perdurante inserimento in circuiti di ’ndrangheta di notevole livello». Ecco dunque comparire l’indagine sullo stadio di San Siro: «La figura di Giuseppe Calabrò è emersa nell’ambito del procedimento penale» aperto nel 2018 «inerente le infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese all’interno del tifo organizzato di FC Internazionale e AC Milan» e che ha fatto emergere il ruolo di Calabrò e i suoi legami, «legami che lo stesso potrebbe attivare al fine di sottrarsi alla sentenza di condanna ad una pena che, se passata in giudicato, lo vedrebbe recluso per molto tempo».

Ancora oggi «a lui si rivolgono soggetti già condannati» per associazione a delinquere di stampo mafioso, e lo stesso Calabrò (sottolineano i magistrati) «è disposto a commettere atti violenti, direttamente o per interposta persona, al fine di preservare i suoi affari illeciti». Ed è in questo quadro che, secondo gli inquirenti, il presunto killer di Cristina può reiterare il reato. La Procura fonda il rischio di reiterazione su condotte mafiose ed estorsive attuali, emerse nell’indagine sulle attività illecite legate allo stadio di San Siro.

A oltre cinquant’anni di distanza, la sorte tragica di una ragazza di 18 anni, studentessa di un liceo classico (il Carducci di Milano) che passava le sue estati a Eupilio con la famiglia, torna attualissima. Ora la parola passa al giudice delle indagini preliminari, chiamato nei prossimi giorni a valutare il fermo e decidere se convalidarlo oppure no e se tramutarlo in una ordinanza di custodia cautelare.

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