Omicidio Mazzotti, le motivazione che hanno condannato Latella e Calabrò
Dopo la sentenza Il rapimento per mano della ’ndrangheta. «Cristina mai considerata come persona»
Eupilio
Un rapimento «concepito, pianificato e avviato all’interno della stagione dei sequestri di persona che, a partire dalla metà degli anni Settanta, costituì uno dei principali strumenti di accumulazione criminale della ’ndrangheta nel Nord Italia».
E quella stagione dei sequestri fu «caratterizzata da prigionie disumane, da violenze continuative, da richieste di riscatto inizialmente esorbitanti, da mutilazioni e minacce di uccisione, da frequenti esiti letali». In questo contesto anche una ragazza di soli 18 anni «non è mai stata considerata come persona da restituire salva una volta conclusa la trattativa, ma come bene disponibile, fungibile e consumabile nel perseguimento del profitto». E quindi «in tale prospettiva, l’azione iniziale dei sequestratori materiali, tra cui certamente Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella non può essere ridotta alla semplice creazione di un rischio astratto», ma «costituisce l’avvio consapevole e condiviso di una sequenza criminosa la cui logica interna comprendeva, fin dall’inizio, la concreta disponibilità alla soppressione della vittima pur di non compromettere l’esito dell’operazione».
È questo il cuore della lunga motivazione della sentenza che ha portato alla condanna all’ergastolo dei due (secondo i giudici) esecutori materiali del rapimento di Cristina Mazzotti, la notte del 30 giugno 1975.
Gli imputati
In 287 pagine il giudice Carlo Cecchetti, presidente della Corte d’Assise di Como, ha ripercorso ogni singolo elemento di quel tragico sequestro. Se il passaggio indubbiamente più forte della sentenza è quello scritto per motivare l’accusa di omicidio volontario, indubbiamente l’aspetto più delicato riguarda da un lato il riconoscimento dei due imputati quali colpevoli e dall’altro l’esclusione del terzo imputato, Antonio Talia, assolto per insufficienza di prove.
Sul coinvolgimento di Demetrio Latella, in realtà, ben pochi dubbi. La sua impronta digitale è stata ritrovata all’interno della Mini Minor sulla quale quella notte Cristina tornava a casa con il fidanzato Carlo Galli e l’amica Emanuela Luisari. Proprio il ritrovamento dell’impronta digitale aveva consentito nel 2007 di riaprire il caso. Inoltre lo stesso Latella, anche in aula, ha ribadito la sua responsabilità, confessando il proprio coinvolgimento.
«Mezzo di pronto arricchimento»
Più articolate le prove raccolte a carico di Morabito, attualmente in carcere perché dopo la condanna si temeva volesse fuggire e nascondersi. Innanzitutto la sentenza ricostruisce il contesto ’ndranghetista: «La ’ndrangheta non si limitò ad importare il modello» dell’anonima sarda «ma lo “industrializzò” trasformandolo in mezzo di pronto arricchimento. Il capitale di denaro così accumulato sarebbe stato poi reinvestito nei più ricchi mercati del narcotraffico, del commercio di armi e dell’edilizia».
Calabrò è soggetto più volte legato a indagini a cavallo tra stupefacenti e criminalità calabrese. E poi: il collaboratore Saverio Morabito ha riferito che «erano due i gruppi criminali che operavano nell’ambito dei sequestri di persona, uno era quello dei Platioti; l’altro era quello di San Luca» e Calabrò è di San Luca. Ma, soprattutto, decisiva è stato il riconoscimento fatto dal fidanzato e dall’amica di Cristina: Galli e Luisari hanno indicato sempre Calabrò come l’uomo con il naso grosso seduto accanto al guidatore della Mini che li teneva sotto mira con la pistola e li minacciava. E ancora: Calabrò aveva rapporti con chi ha organizzato il rapimento e pure con chi ha poi ricettato i soldi. Per non parlare della sua caratura criminale nel mondo dei clan nella zona di Milano.
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