
Pallacanestro Cantù / Cantù - Mariano
Mercoledì 27 Agosto 2025
«Prima la salvezza. E se arrivasse altro siamo già pronti»
Il dirigente: «La squadra mi sembra molto ben costruita e Sneed è la ciliegina»
«Un anno tosto e complicato, ma con straordinarie soddisfazioni. E l’orgoglio di aver portato anch’io dei piccoli mattoncini».
È l’ultimo sole d’estate e Lorenzo Longhi - nel cda di Pallacanestro Cantù e Cantù Next, oltre che amministratore unico di Cantù Sports Holding - non vuole farselo sfuggire sulle spiagge della Liguria di Ponente. Con il radar, però, sempre ben puntato sulla Brianza, per non perdersi neanche un istante della nuova Acqua S.Bernardo.
Le piace la squadra?
Direi che mi sembra molto ben costruita, come al solito secondo i dettami di Brienza e Santoro. Un Brienza che, peraltro, ha cambiato impostazione, passando dal 2 e il 4 stranieri, all’1, 3 e 5 titolari con Bortolani e Basile italiani.
La convince?
In tutte le posizioni siamo ottimamente coperti, con la ciliegina sulla torta costituita da Sneed, Che, quando si è manifestata l’opportunità di prenderlo, non ce lo siamo lasciati scappare. Con il solito passaggio in cda...
Cioè?
Non ci siamo spaventati davanti a un extra budget. Perché in primis siamo tutti tifosi e quindi all’unanimità abbiamo dato il via libera a chiudere la trattativa.
Extra budget per sforare una cifra che di per sé era già cresciuta?
Diciamo che, come da piano previsionale, abbiamo aumentato del 30% i 4,5 milioni della passata stagione, per arrivare attorno ai 6. Un bell’esempio di attaccamento alla causa non solo dei soci, ma anche di tutti quegli sponsor, grandi e piccoli, che, allertati, non hanno posto condizioni davanti a un incremento del contributo. Un affetto che non mi ha sorpreso, conoscendo la nostra base, e di cui vado fiero. Siamo arrivati a quota 140 sponsor, li vorrei ringraziare uno a uno.
Un mercato, quest’anno, quasi chirurgico. Aperto dal colpo Bortolani a festeggiamenti per la A pressoché ancora in corso.
Va dato grande merito a Santoro e alla sua interlocuzione, figlia del rapporto consolidato tra i due. Il ragazzo ha dato priorità a noi e a un progetto che lo vuole centrale, offrendogli una grande possibilità di rivalsa.
Scommessa o certezza?
Non la definirei scommessa. Davanti ai tanti prospetti italiani finiti nelle grandi come Milano e Bologna a sgomitare per trovare minuti che non c’erano, qui per lui ci sarà tutto lo spazio che cerca e la possibilità di avere le responsabilità che vuole.
Per non parlare del secondo quintetto? Chiuda gli occhi e ci pensi: competitivo pure quello, no?
Eccome. Questo è un tipo di impostazione che ha dato i frutti l’anno scorso. E stavolta mi pare si sia di fronte a una squadra ancor più intercambiabile.
Come la vede?
Con Gilyard in grado di fare regista e guardia, De Nicolao play in purezza, Bortolani la guardia che volevamo e dietro Bowden in grado di dargli il cambio e finire anche come ala piccola. Dove con Sneed siamo in una botte di ferro e con Moraschini che sappiamo può fare di tutto, dall’1 al 4. I quattro lunghi, a partire da Basile e Ballo per arrivare ad Ajayi e Okeke offrono la possibilità di giocare pesanti, leggeri o ben mixati.
Non la spaventa la giovane età di almeno tre - tra l’altro millenial - dei quattro lunghi?
Ajayi mi impressionò positivamente l’anno scorso contro Torino. L’incognita potrebbe essere Ballo, che esce dal College, ma per come l’abbiamo visto a Afrobasket direi che c’è. Serve che Basile si confermi e continui nella crescita e che Okeke faccia quello che sa fare, che è ciò per cui l’abbiamo scelto. Siamo comunque una delle sole tre squadre ad optare per il 5+5, mi vedo in pole per i premi italiani e Under 26, che sono poi nel dna di questa società da sempre.
E del mix gioventù ed esperienza che pensa?
Vedo la stessa grande duttilità di cui abbiamo parlato prima. C’è tanta tanta flessibilità.
E lei in che ruolo si vedrebbe, da ex settore giovanile di Cantù?
Per caratteristiche e fisico, in un ruolo solo: il play. Dietro Gilyard e Denik (e ride..., ndr).
Arrivate da una stagione vincente. Si riparte da lì o bisognerà azzerare tutto?
Anno bello, esaltante e impegnativo. Come prima stagione intera da dirigente, non ci siamo fatti mancare niente. L’infortunio di Baldi Rossi, quello di McGee, il famoso periodo buio di gennaio e febbraio. Per fortuna a primavera tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto e abbiamo vinto Coppa Italia e playoff. Ma ora dimentichiamoci quel che è stato e ripartiamo da zero con questa stessa voglia.
Uno dei tanti segreti dell’annata vincente è anche targato Longhi... Si può dire?
Ne vado fiero. Mi riferisco al coinvolgimento in società di Samuele Robbioni. Appena saputo della fine del rapporto con il Como, insieme a Sergio Borghi e Antonio Munafò del Pgc l’abbiamo fortemente voluto come mental coach per prima squadra e settore giovanile. I risultati non si sono visti solo in campo, ma anche nel sociale e con ricadute positive sul territorio e sui giocatori.
Tra l’altro nelle stesso periodo si sono praticamente azzerati anche gli infortuni. C’entra la testa?
Anche, ma non solo. Ad esempio sono riuscito a strappare all’amministratore delegato Riccardo Pina, mio vecchio compagno delle giovanili, la consulenza di Equipe Enervit. Un passaggio decisivo nel momento cruciale della stagione.
Come vede l’anno che verrà?
Con le premesse che ci siamo detti, bene. Abbiamo quello che inseguivamo da quattro anni e dovremo essere bravi a tenercela stretta, adesso, questa serie A. L’obiettivo, nessuno l’ha mai nascosto, è una salvezza tranquilla. Poi, una volta messa via, si può anche pensare di andarsi a prendere altre soddisfazioni. Ma un passo alla volta.
Pensi, lei che è uno dei pionieri sognatori, all’autunno 2026: in mano le chiavi della nuova Arena e la squadra nell’elite del basket...
Sarebbe meraviglioso. Così come - giusto per non porre limite ai sogni - dovesse arrivare pure una Coppa europea nessuno se la lascerebbe scappare. Cominciamo però con lo stare bene in A.
Facciamo un altro rewind. Quanto le è dispiaciuto vedere andare via quelli che non avete potuto portare in A?
Personalmente tanto. Baldi Rossi, Piccoli e Valentini, emotivamente, li avrei voluti ancora con noi. Sono stati una parte fondamentale della promozione. Prendete Fabio e quel canestro con Cividale che ci ha cambiato il destino. Mi sarebbe tanto piaciuto vederlo in A. Poi bisogna fare i conti anche con l’amara realtà e mettere da parte i sentimentalismi. Ma sono sul serio dispiaciuto.
Un anno di cda e di Holding. Bilancio?
L’ho detto. Duro, durissimo. Ma esaltante. Ma io ci ho sempre creduto: non per fare il ganassa, ma in finale a Rimini c’era gente che chiedeva: “Ma non sei teso?”. E io: “Affatto, sono sereno”. E infatti, in realtà, l’ostacolo più duro è stato nei quarti con la Fortitudo, poi i due cappotti che ci hanno aperto le porte della serie A. Cantù Sports Holding? Un vero piacere, soprattutto vederla passare dai 19 soci iniziali ai 44 dopo l’aumento del capitale. Emozionante e confortante registrare tutta quell’imprenditorialità lì dentro.
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