Gasperini e quell’invidia tutta italiana. Bisogna anche saper perdere
Lo sfogo Il mancato saluto di Gasperini a Fabregas rivela un forte senso di invidia che nel nostro Paese, in tutti i settori, si manifesta quando un giovane dimostra di essere capace
Lo sapete come dicono a Roma? Stacce. È l’espressione perfetta – la più sintetica e diretta possibile – per dire “accetta la situazione”, “rassegnati”, “è così e devi starci”. Ma nel calcio, e in generale nella vita, si sa: vincere non è da tutti, perdere non è da nessuno. E quindi se c’è una cosa che fa veramente godere i tifosi lariani in queste ore, è vedere Gasperini rosicare dopo la sconfitta subita. Netta, clamorosa, mai in discussione. Altro che moviola e cartellini. Chiamate tutti gli arbitri del mondo e andate avanti a fare le trasmissioncine, tanto il punto vero della questione non cambia. Il Como ha dominato la Roma sia nel primo tempo - con una formazione senza punte, obiettivamente rivedibile - sia nella ripresa. Fabregas l’ha preparata meglio del collega. È stato più bravo. E quindi: stacce. Tutto il resto rientra nel libro delle cose che contano meno dei finti messaggi contro il razzismo che gli allenatori sono obbligati a leggere dopo la partita.
Mancato saluto
Poi c’è il mancato saluto. E qui si apre un altro ventaglio di ragionamenti. Perché quando Cesc dice «forse sono io che vengo da un altro Paese e sono abituato diversamente», rivela una verità tangibile. Ha ragione. L’Italia è il Paese delle contrade. Nella repubblica del nonnismo, nessun “esperto” può ammettere di farsi fregare da un giovinotto appena arrivato sulla piazza. Era successo già con Allegri, che aveva definito Cesc un “bambino” e così è accaduto anche ieri. Il mancato saluto di Gasperini a Fabregas rivela questo: un forte senso di invidia che nel nostro Paese, in tutti i settori, si manifesta quando un giovane dimostra di essere capace.
Senza andar troppo lontano, basterebbe dare un’occhiata dentro le aziende, dove fior di stagisti in gamba sono costretti a schivare il bastone tra le ruote di fantomatici guru nei rispettivi settori, i quali non sopportano di vedersi ormai al capolinea. Nella loro testa pensano: “Io alla sua età non ero così, e allora se non ce l’ho fatta io non deve farcela nemmeno lui”. In effetti Fabregas, a 38 anni, in tre stagioni da allenatore ha ottenuto la promozione in A, un decimo posto e oggi lotta per la Champions. Questi sono i fatti. E chi può dire di aver fatto lo stesso? Molto più comodo allora giocarsi la carta del carattere. Se il giovane è intraprendente diventa subito arrogante. Se prova a proporre nuove idee è presuntuoso. Se si dimostra abile nel comunicare è ipocrita.
Sono rarissimi i casi in cui una persona più avanti con l’età guarda ai alle nuove leve con sincera stima. Non è una questione che riguarda solo Gasperini. Poi però, stringi stringi, il tempo si prende la sua parte e arriva come una mazzata sui denti. L’unica cosa da fare è accettarlo con rispetto.
Insomma, caro Gasp, ti si vuole bene. Nessuno mette in discussione le tue qualità di allenatore. Hai scritto un pezzettino di storia del calcio. Ma questa volta hai perso, sì sì. Hai perso male: stacce.
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