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Venerdì 06 Febbraio 2026
Pizzigoni:«Argentini del Como? Sono le chiavi della squadra»
Intervista Il giornalista sportivo: «Fabregas? Un calcio pensato, fatto di letture e con diverse soluzioni»
lui è Carlo Pizzigoni. Giornalista, autore televisivo, storico del calcio. La sua passione è il Fùtbol sudamericano, oggetto di diversi articoli e libri di cui è autore, ma soprattutto la tattica, le sue evoluzioni, gli stili di gioco. Per capire le novità che sta introducendo il Como nel campionato italiano, lo abbiamo incontrato.
Pizzigoni, che ne pensa di questo Como?
Una realtà ormai apprezzata in tutto il mondo che alimenta attenzione in un povero campionato come il nostro. Quando andavo all’estero negli anni passati mi chiedevano dell’Atalanta di Gasperini o del Sassuolo di De Zerbi, due squadre che provavano a combattere gli stereotipi. Oggi c’è il Como: c’è grande interesse per questo progetto tecnico, nuovo, dinamico, anche se non tanto ben visto da un certo tipo di establishment qui in Italia. Ma probabilmente questo è il segnale che la strada tracciata è quella giusta. Rivendicare la diversità, con logiche inusuali, genera sempre invidia e antipatia. La verità è che tutti vorrebbero nella propria città quello che sta facendo il Como.
In squadra ci sono tre sudamericani, ma anche tanti spagnoli. Cosa possiamo dire sul gioco della squadra?
Più che il gioco, che in Sudamerica è molto vario, il vero aspetto che lega il Como a Paesi come Argentina o Brasile è la passione che viene generata dalla squadra. Si sente l’attaccamento alla realtà territoriale. Questa è la grande diversità, il legame con il territorio generato proprio dai protagonisti in campo. Quando vado a Como, sentire Van De Sfroos, la gente che parla in dialetto orgogliosa delle proprie tradizioni è emozionante. E all’orgoglio cittadino si unisce quello di voler mostrare fuori la bellezza della squadra in campo. Anche lo slogan “Semm Cumasch” ha un valore importante. Fabregas questa cosa l’ha sottolineata quando ha detto: “Se a noi e ai nostri tifosi va bene quello che facciamo dove sta il problema? Di quello che pensano gli altri non mi interessa”. E ha ragione.
Fabregas che allenatore le sembra? Cosa ha di speciale?
È affascinante. Lui è un uomo della Catalogna, nasce dove c’è una grande attenzione al legame col territorio. Poi la figura di Wenger, che ha una cultura calcistica superiore, sicuramente lo ha aiutato. Lui però ce l’ha dentro questo animo propositivo, sempre alla ricerca di soluzioni. L’elemento comunicativo è centrale: come parla, come non si piega a certe dinamiche fatte di luoghi comuni, come fidelizza. I catalani in generale hanno una considerazione di sé stessi alta, questo lo aiuta a rimanere sempre sereno. Anche dopo Como-Torino, una partita dominata e vinta 6-0, ha parlato tranquillo senza ostentare nulla. C’è un’altra figura in questo senso esemplare…
Quale?
Charlie Ludi. Un altro che viene dal basso, che sa porsi. Ha studiato tanto, sa quello che fa e ha un’umanità difficile da trovare nel mondo del calcio. Queste figure sono da evidenziare. Altri preferiscono parlare di soldi e queste cose qua, ma contano le persone e i progetti.
Ha visto i rilanci di Butez? Praticamente fa il centrocampista…
Sì, in quel caso tutto dipende dalle letture. Fabregas fa un calcio pensato, non ci sono soldatini ma gente che fa delle scelte. Ecco, Cesc allena le scelte. Non sono indicazioni codificate, ma situazioni che vanno lette durante la partita. Che si sviluppano. Questo è il calcio moderno. Si parla spesso di cercare la verticalità, ma dipende anche cosa fa l’avversario. La varietà che ha proposto il Como è il vero aspetto sorprendente. Mi è piaciuto anche quando ha perso: giocarsela proprio in quello stile, senza compromessi. In questo modo puoi subire sconfitte pesanti, non brutte. Una volta Gasperini all’Inter, rammaricato, disse: “Ho sbagliato perché ho tradito le mie idee”. Fabregas insiste sulla continuità del suo percorso nonostante tutto.
Nico Paz, nato in Spagna ma con tradizione argentine. Ma gli manca l’àpodo (ndr il soprannome).
Lui è un argentino sui generis. Figlio di un argentino di Bahía Blanca e legato a Rosario, è nato e cresciuto nelle canarie, dove si sviluppa un tipo di calcio molto specifico, di palleggio. Anche nel settore giovanile del Real è riuscito a mantenere l’argentinità. Non ha l’apodo perché viene dato ai giocatori in Argentina quando sono molto piccoli, e lui non è cresciuto lì. Ma si vedono le sue origini in come legge il gioco e interpreta le giocate. Nella lotta, nel numero 10, nell’apporto che dà tanto anche in fase di non possesso. Poi ha avuto la fortuna di finire nelle mani giuste. Le aperture che gli ha dato Fabregas sono state fondamentali per la sua crescita. Per me è il calciatore più interessante della Serie A. È uno di quei giocatori che ti fanno vendere il biglietto. La sua maglia la vedi in tutto il mondo. Riesce a unire stili diversi con qualità e quantità.
E Perrone?
Lui è il mio preferito. Cresciuto nel settore giovanile del Velez, si vedeva che era diverso nelle letture. Come capita spesso ai ragazzi sudamericani, è stato acquistato da una grandi big del calcio senza fare una fase di svezzamento. Si è ritrovato in una realtà diversa culturalmente e c’erano sono attese di un certo tipo. Diciamo che il mondo City non lo ha digerito. Poi è passato al Las Palmas, squadre delle canarie, che quindi predilige un gioco di palleggio quasi esasperato. Oggi si guardano tanto gli algoritmi e poco le partite: ecco, se uno va a vedere i dati dei giocatori del Las Palmas sembrano tutti fenomeni, perché proprio in virtù del loro stile di gioco hanno numeri alti. Oggi sono felice che sia diventato centrale nel progetto del Como. Lui è proprio l’uomo di Fabregas in campo, nato per giocare questo tipo di calcio. Di certo è il miglior Perrone di sempre. Ha aggiunto anche quella furbizia nel saper stare in campo, provocando un po’ l’avversario, che non fa mai male.
L’ultimo sudamericano è Diego Carlos.
A inizio campionato ho detto ai miei amici che, secondo me, il suo acquisto era il migliore della stagione. L’ho trovato perfetto in una squadra che l’anno scorso era un po’ troppo poco cattiva. Lui è il classico centrale paulista che ti offre determinazione. Migliora anche quelli che ha di fianco anche negli allenamenti. Guarda Ramon. Sa fare il difensore come si faceva una volta: aggressivo e sempre concentrato.
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