Panzeri, responsabile medico Fisi: «Da Rocca a Goggia. Le mie sei olimpiadi»

L’intervista Il medico comasco: «La grande emozione di trovare atleti che ho curato in prima persona»

«La differenza tra Torino e Milano Cortina? Al di là dei vent’anni tra un’edizione e l’altra e del fatto che non sia più un pischello, nel 2006 ero uno dei medici della Federazione, mentre adesso ho dei medici con me in tutte le venue e che lavorano con grande passione e massima professionalità per gli atleti italiani».

Il comasco Andrea Panzeri, alla sesta Olimpiade, è una delle eccellenze in campo. E in un ruolo centrale e determinante, quello di presidente della Commissione medica della Fisi. L’osservatorio ideale per farci raccontare cosa sta accadendo nei Giochi di casa nostra. Lui che, tra i tanti altri, ha rimesso in piedi Sofia Goggia e Federica Brignone. Guarda caso sempre prima di una rassegna a cinque cerchi.

Come va, doc?

Direi bene, a parte qualche situazione che ci aspettavamo. Parlo ovviamente del lato tecnico. All’Olimpiade è sempre così, non sempre i pronostici sono rispettati e anche per noi qualche volta è andata così. Solo a pensare all’altro giorno, penso alla combinata mix di sci alpino e alla sprint di fondo. Se però guardiamo al medagliere è stato un gran bell’inizio, anche dal punto di vista degli altri risultati individuali e a squadre.

E l’organizzazione?

Molto buona, e si vede. Tenendo ovviamente conto della logistica e dei trasferimenti. Ma era nel conto, d’altronde sono Giochi spalmati su più località. Con un grande vantaggio, però: sono tutte location top e ampiamente collaudate.

Lei stesso - al momento della chiacchierata - è a Bormio, con i ragazzi del superG, arrivato direttamente dal fondo della Val di Fiemme e prima di partire destinazione Cortina per la gara di Goggia e compagne...

Diciamo che non ci facciamo mancare nulla, anche dal punto di vista dei viaggi.

Già questa è una differenza rispetto alle sue precedenti esperienze.

Soprattutto la vivo in modo molto diverso. Non sono più solo sullo sci alpino e devo girare un po’ di più. Ma abbiamo un’organizzazione medica di eccellenza in ogni sede e su ogni campo di gara.

Alla fine è sempre entusiasmante.

Certo. Sono in ballo sempre. Magari non in pista o alla partenza, come mi accadeva. Però sempre pronto. Non si è tutti assieme e in un posto solo e già questo prevede di fare scelte differenti rispetto al passato.

Ecco, allora, il medico che si trasforma in manager...

Un’Olimpiade, da sempre, è anche crogiolo di incontri tra persone di sport, ma non solo: autorità, capi di Stato, campioni e personalità. Uno scambio continuo di punti di vista. Tante situazioni, partendo dallo sport per poi sviluppare una marea di contatti.

Ci vorrebbe, par di capire, il dono dell’ubiquità...

Olimpiadi diffuse e luoghi nei quali non c’è un villaggio olimpico. Prendete Bormio, dove quattro alberghi ne hanno preso il posto. Cerco di essere il più possibile in quelli delle nostre squadre, perché anche a Cortina le ragazze sono in hotel.

Come sta organizzando l’agenda?

In modo da non escludere nessuno. Ieri il superG della Stelvio, poi la partenza per Cortina e oggi la gara delle Tofane. Il tempo di rientrare, poi via a Livigno per la Moioli, quindi di nuovo Cortina e poi tra Livigno e Bormio, in tempo per quando partirà lo sci alpinismo. Ma sapete la cosa che più mi fa piacere?

Ci dica?

Quella di essere al seguito di atleti che non solo ho visto crescere, ma che magari hanno avuto bisogno di un mio... intervento e che ora sono in gara all’Olimpiade. L’altro giorno, nella novità di seguire una gara sprint di fondo dal vivo, anche il grande piacere di riabbracciare Simone Mocellini, che avevo operato dopo il tremendo infortunio.

A proposito di tremendi infortuni, era ai piedi dell’Olimpia delle Tofane nel giorno della caduta di Lindsey Vonn. Come ha vissuto quei momenti?

Con dispiacere e rammarico. Una situazione bruttissima, che non auguro a nessuno. Figuriamoci a una campionessa alla quale tutti dovremmo dire “chapeau” per quello che ha voluto fare alla sua età e dopo aver vinto quello che ha vinto. Aveva scelto di esserci, proprio perché Cortina è casa sua e la pista che più le ha dato soddisfazioni, lei che è sempre stata super competitiva e con grande voglia ed energia. Ho sofferto per lei, per la caduta della ragazza di Andorra e per Sofy (Goggia, ndr) in combinata.

Rimanendo sulla Vonn...

È stato un dispiacere enorme. Ora, anche per la scelta di comunicare poco e niente di quel che le è accaduto, ritengo non sia giusto strumentalizzare, facendo congetture e riferendosi al legamento rotto. Non c’entra nulla, ha inforcato un palo. Lo dico a tutti quelli che improvvisamente sono diventati esperti di crociati e sci: se ha corso è perché lei lo ha voluto e i medici le hanno dato l’ok.

Torniamo a lei, dottore, e alla sua Olimpiade. Esperienza unica, ma che le toglie pure qualcosa.

Infatti. Il fatto di arrivare in una sede di gara, seguirla e poi scappare via non mi permette il contatto con gli atleti a fine gara. Somo appema riuscito a salutare Giovanni (Franzoni, ndr) e Domme (Paris, ndr) dopo il podio della libera. Con Sofy (Goggia, ndr) abbiamo avuto il tempo di fare un brindisi in albergo. Ma l’ambiente è sempre bello, anche se sto passando più tempo in auto che non a bordo pista.

Ha fatto, finora, più chilometri lei o il presidente della Fisi Flavio Roda?

Diciamo che abbiamo avuto un’agenda comune e viaggiato insieme. Quindi gli stessi. E almeno fino a lunedì prossimo penso che sarà così.

Ci sarà pure qualche vantaggio?

Uno di sicuro.

Quale?

Sciare a Bormio in piste chiuse e riservate a noi. Non mi riferisco soltanto a quelle di gara con la ricognizione, ma a quelle di allenamento. Davvero una sensazione strana, scendere senza nessuno attorno.

Bormio, poi, per lei...

È casa. Lì ho uno studio e altre attività. Non che con Cortina non abbia legami, ma all’Alta Valtellina mi sento legatissimo. Lo ribadisco, è casa mia.

Da Torino a Milano Cortina. Cosa è cambiato?

Innanzitutto sono passati vent’anni... La prima Olimpiade, ovviamente, è stata un’emozione incredibile. I protocolli erano diversi e anch’io ho sfilato alla cerimonia inaugurale, travolto ovviamente da mille sensazioni straordinarie. Non mi sono mosso dal Sestriere, con la squadra maschile dell’alpino. Ero già molto legato a Giorgio Rocca, non vedevo l’ora di vederlo vincere nello slalom, invece la delusione della caduta...

Sempre rimanendo tra le emozioni, stavolta ci ha aggiunto qualcosa...

Sì, l’onore di essere uno dei tedofori a casa mia, nelle vie del centro di Como. Un’emozione e dei momenti che mi ricorderò per sempre.

E innegabilmente lei non è lo stesso dottor Panzeri della sua prima Olimpiade italiana.

Il ruolo, di per sé, è diverso. Sono maturato, coltivo nuove forme di rapporti con chi mi sta attorno. Sono sempre grandi emozioni. Diverse, ma di impatto. Nel lavoro di equipe con i colleghi e la grande emozione nel confronto con atleti e atlete che hai curato in prima persona. Dal punto di vista puramente tecnico, sono cambiati i materiali e si sono fatte avanti discipline nuove.

Da Torino a Milano Cortina con in mezzo altre quattro edizioni dei Giochi?

Una grande fortuna. In quanti possono dire di averne vissute sei? E per ognuna sempre qualcosa di diverso, dalla Cina, con il Covid e i tamponi ogni momento, alla Russia, che è stata un unicum, e alla Corea, praticamente senza pubblico. A fare da contraltare il calore del Canada e delle due esperienze italiane, luoghi dove c’è sempre stata una risposta clamorosa.

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