Parisi, premio oscar: la sceneggiata del viola sfiorato da Addai

Lo sfogo La simulazione del difensore è virale sui social. E la Fiorentina ha perso tempo in molte altre occasioni. Ma il vero problema non è l’arbitro o il Var: va combattuta l’idea che, pur di vincere, si può anche essere disonesti

como

Il cognome è lo stesso. La leggiadra pure. Heather una, Fabiano l’altro: i Parisi in quanto a show ne sanno parecchio. Se non fosse che la prima ha fatto la storia del balletto in Italia, mentre il secondo è un difensore semisconosciuto che durante Como-Fiorentina si è fatto notare per l’ennesima sceneggiata a cui ormai siamo abituati sui campi di Serie A.

Minuto 86’. Il Como ha da poco accorciato le distanze grazie a un autogol… indovinate di chi: Parisi. Insomma, la partita è in bilico e gli animi sono tesi dopo l’espulsione di Morata. In un momento in cui il gioco è fermo, Addai sfiora appena il difensore viola che, sentito il minimo tocco, precipita al suolo, come se la gravità avesse deciso di occuparsi solo di lui. Si rotola a terra tenendosi il volto, in preda a una sorta di raptus demenziale. Sembra essere stato colpito da un cecchino. Poi, non contento, si rialza di scatto e va a muso duro contro il giocatore del Como, urlandogli: “Tu sei matto!”. Applausi. Oscar. Sipario.

Storia lunga

Siamo persino stanchi di ripetere le solite cose. E perché gli arbitri non puniscono chi simula? E perché i giocatori non li aiutano? E perché il Var non può intervenire? E perché…E perché…E perché?

Ma siamo sicuri che sia questa la vera discussione da fare e non un’altra? Perché di simulazioni e inganni agli arbitri se ne parla dall’età della pietra. La prima, la più storica, la più memorabile, ovviamente quella di Maradona nel 1986, la “Mano de Dios” che condannò l’Inghilterra ai Mondiali. E da lì se ne sono susseguite centinaia e centinaia. Milioni di minuti passati al bar a discutere se questo o quello era giusto o sbagliato. Ma alla fine di tutto, la verità è solo una: la gente, sportivi compresi, guarda solo al proprio interesse. Al giocatore interessa vincere, a qualsiasi costo. E così ragiona anche il tifoso, che alla fine dei 90 minuti guarda la schedina e poco gli importa se c’è stato un gol irregolare, una simulazione o un rosso.

Vincere, vincere, vincere. Altro che aiutare gli arbitri. Vincere e basta. Poi le chiacchiere vengono dopo, riempiono giornali e trasmissioni, ma la sostanza non cambia mai. Se aiuta me o la mia squadra va bene. Se aiuta l’avversario si grida allo scandalo.

Ne è un esempio Chivu, che prima della partita con la Juve ha fatto il fenomeno davanti ai microfoni dicendo che non avrebbe mai parlato di arbitri, infastidito dal fatto che i suoi colleghi allenatori commentano solo gli episodi a sfavore. E dopo la clamorosa simulazione di Bastoni che gli ha permesso di vincere la partita cosa fa? Dichiara che in fondo un piccolo tocco c’è stato, che il difensore ammonito non deve intervenire così…e bla bla bla. Un nuovo ipocrita che si è tolto la maschera da moralista.

Furbizia e disonestà

Facciamo fatica nel nostro Paese a distinguere furbizia da disonestà. La furbizia è sinonimo di scaltrezza. Furbo è colui che riesce a ottenere il massimo nella situazione in cui si trova, stando alle regole. Il disonesto invece è quello che le raggira per i propri interessi. Le due cose non sono comparabili.

E tra le due, anche se non lo confessiamo nemmeno a noi stessi, preferiamo la seconda. Perché quelli che riescono a raggirare le regole per ottenere grandi risultati spesso li idolatriamo. Vorremmo emularli. Se sono giocatori della nostra squadra parliamo di “esperienza”, contro l’ingenuità di chi invece gioca con correttezza. Se sono politici li votiamo, contro chi si è costruito la propria carriera con onestà.

Insomma, Parisi è la punta dell’iceberg di un atteggiamento che ci riguarda tutti. Il difensore viola ha vinto l’Oscar degli asini, ma poco gli interessa, perché ha vinto la partita. Ha ottenuto quello che voleva. Perciò finché non avremo il coraggio di giudicare negativamente ogni episodio di questo tipo, senza il paraocchi dettato dall’interesse, non potremo sperare in un calcio più giusto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA