C’era una volta la pesca di Cantù: dopo il crollo della cascina, qualcuno ha salvato quelle piante antiche

Cantù Le varietà coltivate per secoli a Cascina San Giuliano sono state recuperate e continuano a dare frutti senza ammalarsi: «I tecnici che le hanno viste non se ne capacitano»

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Cantù

Una storia di come la natura possa andare oltre i luoghi. Perché, se Cascina San Giuliano, in via Specola - nella frazione Fecchio di Cantù - è oggi abbandonata, sfigurata da un pesante crollo avvenuto nel 2024, le pesche antiche che lì si coltivavano, adesso, rivivono altrove, sempre per mano di un canturino, Claudio Meroni.

«C’è un piccolissimo pezzo della nostra storia canturina che finalmente è rinato con vigore - afferma Meroni, titolare di Ortolario, con terreni in via Rampoldi, a Como - Sono custode di due varietà di pesche antiche di Cantù, recuperate nei boschi di Fecchio dal signor Ecclesio (Frigerio, ndr) della Cascina San Giuliano. Queste ed altre varietà uniche e storiche si sono perse via via dal dopoguerra per l’arrivo dei mezzi meccanizzati sempre più grossi, per l’abbandono dei terreni e per dare spazio alla triste agricoltura dedicata alla zootecnia».

«Da quattro anni a questa parte - aggiunge - ho lavorato un po’ più seriamente a queste pesche, con orgoglio canturino dico che per me così buone non ne ho mai provate e i tecnici che le hanno viste dal vero non si capacitano della assenza delle patologie classiche di questi frutti. In un anno non semplice ma fortunato, i primi 34 alberi di 40 mesi hanno portato a maturazione completa un raccolto che parla da solo, parla di colline, parla di ricordi, parla di profumi e sapori che perdere è davvero un peccato mortale. Noi utilizziamo la biodinamica naturale e queste piante hanno la robustezza dei canturini. Sono le specchio della civiltà canturina di Cantù».

Il giornalista Emilio Magni aveva raccontato su La Provincia la storia di Ecclesio Frigerio, per anni presente, ogni giorno, vicino all’ingresso di San Giuliano, dove aveva vissuto: era stato costretto a lasciare la cascina pericolante, trasferendosi in via Grandi. Giulia Motta, tre anni fa, aveva pubblicato il volume «San Giuliano di Fecchio: un monastero scomparso». Motta aveva indagato «quattro secoli, dall’anno mille fino alla metà del XV secolo, verosimilmente, ultima testimonianza della presenza della comunità monastica, fornita dal notaio Alzati in un documento del 1447», aveva scritto. Il monastero potrebbe essere sorto nel XII secolo. In un’antica pergamena del 1181, conservata tra le carte della chiesa comasca di San Fedele, una divisione di beni fa riferimento alla produzione di due testimoni, tra cui Perpetua, badessa del monastero di San Giuliano di Fecchio: «L’atto ci fornirebbe la prova dell’esistenza del monastero già intorno al 1130».

Noto il problema delle cascine in rovina di Cantù. Negli anni, sono andate incontro a una lenta moria, giusto per rimanere alla stessa zona di Fecchio, le cascine di Santa Naga e la Birona. In condizioni difficili, si era detto, anche Cascina Pessedo, in via Ovidio.

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