Gabrielli, ex capo della Polizia: «Sicurezza non è solo repressione. Un errore il disinteresse a sinistra»
L’intervista Ospite a Cantù: «È un tema importante. Tento di riportarlo in questo campo. Il dibattito spesso è ridotto in scontro tra curve da stadio»
Lettura 2 min.Cantù
«C’è anche la consapevolezza che una parte della rappresentanza politica si sia un po’ disinteressata dei temi della sicurezza. Un po’ per un mal interpretato senso della sicurezza come solo aspetto repressivo. Però, dal mio punto di vista, c’è una maggiore responsabilità di chi ha ceduto campo rispetto a chi se l’è preso. Il mio tentativo è di riportare il tema anche in quel campo, chiamiamolo sinistra, centrosinistra, riformisti, l’altro campo in una visione bipolare, l’altra parte dello schieramento, affinché si rimpossessi dei temi della sicurezza con un approccio non soltanto penalistico, repressivo, soltanto parte di un esercizio muscolare».
Così Franco Gabrielli, già capo della Polizia, l’altra sera, prima di salire sul palco della Festa dell’Unità di Cantù. La Provincia lo ha intervistato per capire le motivazioni dietro la stesura del libro da lui presentato al Parco del Bersagliere di via Como, scritto con Carlo Bonini, “Contro la paura”, edito da Feltrinelli, nel corso di un dibattito con Alessandro Alfieri, senatore Pd, Angelo Orsenigo, consigliere regionale Pd, Tiziana Elli, vicesegretaria nazionale Giovani Democratici e Camilla Laura Polo, assessore alle politiche giovanili del municipio 3 di Milano.
Gabrielli, qual è il senso di questo volume a tema sicurezza?
«Il dibattito su un tema così importante spesso si traduce nello scontro tra curve da stadio, dove la propaganda ha sempre la prevalenza sulla realtà. Anche su ragionamenti che dovrebbero essere caratterizzati da riflessioni, da ponderazione».
Nel libro si parla anche di immigrazione. Qual è la sua posizione sull’argomento?
«Non bisogna né esaltarla né demonizzarla. Abbiamo un inverno demografico che necessariamente ci pone di fronte a questo tema. L’immigrazione va semplicemente governata. Bisogna rivedere la Bossi-Fini. Il clic day è una modalità che favorisce l’illegalità, i caporali e la criminalità organizzata. E soprattutto bisogna mettere mano a serie politiche di integrazione».
Che ne pensa, in genere, della locuzione “percezione di sicurezza”?
«Non andrebbe nemmeno utilizzata, è un’espressione irridente che non tiene conto dei sentimenti della gente. Se un cittadino si sente insicuro non ci sono tanti ragionamenti da fare. Detto questo, oggi il Paese è molto più sicuro di quello degli anni Settanta, Ottanta e Novanta».
Recenti queste aggressioni, a Milano, senza un movente vero: la donna sfregiata al volto da un coltello, l’uomo al bar preso a coltellate. Sul territorio provinciale, anche a Cantù, ci sono stati episodi di violenza da parte delle baby gang.
«Ci sono fenomeni che oggi hanno maggiore incidenza. Penso proprio ai temi della violenza su strada, all’aggressività che c’è. Sono indubbiamente questioni serie, da affrontare. C’è il tema delle malattie mentali. Delle tossicodipendenze. Forse il tema sarebbe anche quello di allargare lo sguardo: l’aggravio di pena non risolve minimamente il problema. Dobbiamo perseguire altre strade».
Usciamo dai nostri confini. Le vicende di questi giorni, tra Stati Uniti, Iran, la foto iraniana della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ritratta come una detenuta, in che situazione ci portano?
«Condanno questa modalità con la quale la nostra presidente del Consiglio è stata messa, con un chiaro riferimento alla tuta arancione di Guantanamo, in questa lista di obiettivi. Indicibile. Altro che convocare l’ambasciatore. Dà anche il senso del livello della minaccia e di quanto il nostro Paese sia in una condizione di pericolo. Ritengo che sia tra le minacce più importanti che il Paese sta affrontando e deve affrontare».
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