L’ingresso al bar, la lite e le coltellate: la tragedia di Vighizzolo in sei minuti
Cantù Dalle 14.03, l’arrivo di Marra, alle 14.09: il momento in cui Maffia ha sferrato i due fendenti mortali. Violenza inaudita che non ha un motivo: non trova conferma il diverbio per il rimprovero alla cameriera
Como
Sei minuti. Appena trecentosessanta secondi. Tanto è bastato, sabato nel primo pomeriggio, a passare dal saluto di Aldo Marra, 55 anni di Cantù, che alle 14.03 aveva fatto il suo ingresso nel bar “Bivio” di Vighizzolo, dando un buffetto all’uomo che poi l’avrebbe accoltellato ricevendo a sua volta una pacca sulle spalle, fino alla coltellata mortale, inferta con un piccolo coltello da cucina di 12 centimetri, di quelli con la lama seghettata che si usano per la carne, che avviene alle 14.09.
In quei maledetti sei minuti si annida il mistero di un omicidio che non ha alcuna spiegazione, e che per di più è andato in scena al termine una lite divampata in un attimo, all’apparenza nemmeno in modo tanto violento, fino appunto ai colpi mortali all’addome e ad una spalla.
L’interrogatorio
Nemmeno l’interrogatorio di Cristian Maffia, 33 anni, l’uomo arrestato per l’omicidio, è servito a chiarire il perché di quell’improvviso degenerale. Ha detto di non ricordate, di certo aveva bevuto in compagnia di un amico in un precedente bar di Mirabello e poi ancora al “Bivio”, pare una serie di grappe. Con il passare delle ore sono venute meno anche le prime informali indiscrezioni su un litigio per una presa in giro sull’accento calabrese di Maffia, particolare riferito dall’aggressore che non trova conferma, e pure quella su una molestia alla cameriera del locale.
Quest’ultima avrebbe infatti riferito ai carabinieri di conoscere Cristian, che quel giorno era alterato, che aveva bevuto, e che le aveva solo toccato i capelli. La ragazza l’aveva però rimesso a posto di suo, dicendogli di lasciarla in pace che stava lavorando.
Solo in questo momento – siamo alle 14.03 di sabato scorso – sulla scena, entrando dalla porta, sarebbe comparso Marra. Una pacca sulla spalla, il buffetto a Cristian, poi una frase - «stammi lontano» - udita tra i due e il litigio che comincia, con le prime parolacce, poi Cristian che esce e Marra che lo segue. Un faccia a faccia dove ci sono i tavolini all’aperto, poi la coppia che si allontana in un punto esterno al locale dove sarebbe stata inferta almeno la seconda coltellata, quella poi letale. Il tutto, come detto, in appena sei minuti.
Nel corso dell’interrogatorio di fronte al gip di Como Maria Elisabetta De Benedetto, Maffia avrebbe confermato di conoscere Marra ma di non vederlo da almeno un paio di anni. Eppure appena i due si sono incontrati, qualcosa è esploso in modo deflagrante e improvviso. Il trentatreenne ha anche ammesso di girare armato da giorni, da circa «due o tre settimane», ma in questo caso non per difendersi da Marra ma da un’altra persona con cui aveva un debito da 200 euro e che frequentava il bar di Mirabello da cui Maffia e un amico erano passati in precedenza, senza incontrarlo.
Il pubblico ministero Valeria Anna Zini, tuttavia, vuole andare oltre e scavare a fondo di questa storia all’apparenza senza movente, senza nulla che possa spiegare il perché di quella barbara uccisione in strada, tra due persone che «da due anni non si vedevano». Per questo il telefono cellulare di Maffia è stato posto sotto sequestro e ora verrà analizzato. C’è infatti la necessità di capire meglio, di scavare nel presente più che nel passato. Trovando conferme a quanto da lui dichiarato.
La breve fuga
Dopo le coltellate mortali al povero Aldo Marra, il trentatreenne era scappato, non pensando di averlo ucciso: «Ho alzato le mani e ho lanciato via il coltello», ha detto al giudice. In realtà l’arma l’aveva recuperata lo stesso Marra, che la teneva in mano al rientro al bar, poco prima di accasciarsi a terra. Maffia era invece già scappato, trovato dai carabinieri a circa 900 metri dal punto dell’aggressione, in via Baracca.
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