Addio Bossi, tra memoria e fratture. Il popolo del Nord senza il suo capo

I funerali Pontida saluta il Senatùr tra bandiere verdi, e nostalgia per la Lega delle origini. Tra i militanti dissenso verso la nuova linea politica del partito, fischi a Matteo Salvini

Pontida

Quando, dopo la cerimonia, il carro funebre con il feretro di Umberto Bossi si ferma davanti al pratone di Pontida, a seguirlo tra due ali di centinaia di militanti, dietro la famiglia in auto, c’è il ministro Giancarlo Giorgetti. Fumogeni verdi, lacrime, rimandi a quella Padania che aveva infiammato il cuore di molti.

Poco prima Giorgetti era intervenuto per chiedere silenzio ai militanti con un gesto, mentre il feretro – coperto di fiori bianchi e dalla bandiera con il Sole delle Alpi – veniva accompagnato fuori dalla chiesa dalla famiglia e dalle più alte cariche dello Stato, tra cui la premier Giorgia Meloni. «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore», scandivano alcuni presenti mentre l’abate recitava la preghiera dell’eterno riposo.

Il rito collettivo

È il funerale di Umberto Bossi, il Capo. Ma è anche, simbolicamente, il funerale di una Lega che non esiste più. La rottura tra due epoche è ormai compiuta da tempo, ma qui, davanti al pratone sacro dei militanti, trova una sorta di sigillo definitivo, quasi postumo. Tra le centinaia di persone in piazza sventolano molte bandiere verdi della Padania, memoria viva della Lega delle origini, quella che faceva dell’identità territoriale il proprio cardine e che qui raccoglieva percentuali bulgare nelle urne. All’arrivo di Matteo Salvini non mancano le contestazioni: qualcuno urla «molla la camicia verde», altri si voltano per non guardarlo, mentre c’è anche chi gli stringe la mano. Il segretario sceglie un profilo basso: «Oggi non si dichiara nulla, oggi è la presenza», si limita a dire, fermandosi a salutare i militanti davanti al prato dopo la cerimonia.

«Quella di Bossi è un’eredità tradita», lo incalza invece l’ex ministro Roberto Castelli, oggi promotore del Partito Popolare del Nord. «Mi auguro che la giornata di oggi possa essere un punto di partenza per quel popolo della Lega che non si riconosce più nella politica centralista di questo nuovo partito, che è un’altra cosa».

Non è un’adunata oceanica come quelle degli anni d’oro di Pontida, ma piuttosto un funerale affollato dai militanti. L’ingresso nell’abbazia di San Giacomo è riservato a familiari, autorità e invitati; per tutti gli altri c’è un maxischermo che trasmette la funzione. Nella piazza, alcune centinaia di persone attendono scandendo «Bossi, Bossi. Padania libera». Sulla facciata dell’abbazia uno striscione: «Grazie Capo, la tua storia vivrà sempre con noi».

Arrivano Luca Zaia e Attilio Fontana, accolti da un applauso. Sono presenti anche Roberto Calderoli, il capogruppo alla Camera Roberto Molinari. Non mancano parlamentari ed ex parlamentari delle terre lariane, da Como a Lecco fino a Sondrio, insieme a consiglieri comunali e ai Giovani Padani di Como. Il sottosegretario Nicola Molteni è tra la folla.

I governatori

«Se n’è andato fisicamente, ma non se ne vanno le sue idee, la sua opera, la sua grande intuizione. Foscolo nei Sepolcri diceva che solo chi compie grandi imprese si garantisce l’immortalità, e Bossi se l’è garantita», dice Luca Zaia all’uscita dalla chiesa. «Ci lascia molti insegnamenti, tra cui quello di dare voce a chi non ne ha. Il popolo di cui parlava sempre e che, quando lui inizia, non ha alcuna rappresentanza». Sulla stessa linea le parole del governatore lombardo Attilio Fontana: «Non poteva esserci luogo più significativo per il suo distacco dalla vita terrena. I raduni di Pontida rappresentano una delle espressioni più autentiche e alte di ciò che è, per me e per molti altri, la Lega: la Lega dei territori, della gente, del Nord».

Tra memoria e presente, tra nostalgia e tensioni interne, Pontida diventa così il punto in cui passato e futuro si incrociano. E mentre il carro funebre si allontana, resta la sensazione che con Bossi non si chiuda soltanto una stagione politica, ma un intero immaginario.

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