«Altri sei anni e porterò questa città nel futuro»
Intervista al sindaco Alessandro Rapinese: «Da quando sono arrivato ho restituito dignità a questo Comune: ora c’è ordine e trasparenza. Sfidanti per il 2027? Non me ne curo, se fossi in loro non mi presenterei»
Lettura 8 min.A palazzo Cernezzi - e più in generale a Como - esiste un a.R. e un d.R: avanti Rapinese e dopo Rapinese. O almeno questa è l’opinione dell’attuale primo cittadino, pronto a vivere al massimo i prossimi dodici mesi in vista delle elezioni del 2027, alle quali si ripresenterà fiducioso per ottenere un secondo mandato.
Il sindaco ci riceve nell’ufficio che si affaccia su via Vittorio Emanuele II, tradizionalmente occupato da tutti i suoi predecessori. «Ma in realtà - precisa - qui passo pochissimo tempo: il mio vero ufficio si trova dove c’è più necessità». E ora Alessandro Rapinese, cinquant’anni appena compiuti, occupa una stanza nell’altra ala del municipio; all’esterno non c’è neppure una targa con il suo nome.
Quattro anni non sono pochi: è iniziata la parte conclusiva del suo mandato. Può fare un suo personale bilancio?
Potrei citare numerosi risultati ottenuti ma c’è un fatto che riassume tutto il lavoro di questi anni, anche quello che non si vede: abbiamo restituito dignità a questo Comune. Prima di Rapinese, al mattino veniva fatta un’affermazione e alla sera veniva contraddetta. La classe dirigente era incoerente e inaffidabile, guidata dalle perverse logiche dei partiti. Dopo Rapinese, nessuno scherza più con il Comune di Como. Aver recuperato credibilità è quindi un grande successo e le prove sono oggettive: i partenariati attivati con i privati, ad esempio per la Ticosa, per Muggiò e per il punto unico di cottura, evidenziano proprio questo. Nessuno è disposto a mettere i propri soldi se l’interlocutore non dimostra affidabilità.
Cosa è cambiato rispetto a prima?
Non è cambiato nulla se non il sindaco. I dipendenti sono sempre gli stessi. Ora c’è un governo stabile e con le idee chiare. Le scelte possono non piacere, questo è legittimo, ma sono ben definite. Prima la città è rimasta ferma per trent’anni. Palazzo Cernezzi era un campo minato e sembrava una tavola da backgammon: tante punte isolate tra loro. C’era inoltre opacità nella gestione della macchina: basta pensare che ogni dirigente disponeva di una propria Pec personale. E spesso i dirigenti erano come ciondoli attaccati ai portachiavi nelle tasche di qualcun altro. Ora invece c’è grande trasparenza in tutte le dinamiche: le comunicazioni ufficiali arrivano ad un unico filtro, non c’è posto per la discrezionalità. Adesso la macchina funziona molto bene e i dirigenti sono passati da diciassette a sette. Tra poco ne assumeremo uno ai servizi sociali, ma sicuramente prima c’erano figure dirigenziali in esubero.
È soddisfatto del lavoro della giunta e del Consiglio comunale?
Per quanto riguarda gli assessori, forse sono il primo a rispettare pienamente la legge: il sindaco li nomina, li revoca, presiede la giunta. Hanno comunque lavorato bene, sono molto presenti a differenza dei predecessori. Sono noti in città e hanno fatto anche altro nella vita. E poi abbiamo due assessori in meno rispetto a quanto la legge consentirebbe. Ma se non ne sento il bisogno, non li nomino: non sono ostaggio dei partiti. E la città risparmia. Per quanto riguarda il Consiglio, ha lavorato moltissimo: abbiamo rifatto tutti i regolamenti comunali. Con Landriscina, in cinque anni erano stati fatti tre regolamenti: tutti approvati grazie al mio voto, perché la coalizione si spaccava su ogni tema. A pensarci bene, era davvero divertente stare all’opposizione e un po’ mi manca. Del resto li devo ringraziare: se non fossero stati così inetti, non sarei mai diventato sindaco. In tutte le città della Lombardia governa il Pd: io sono l’unico freno alla conquista del potere anche a Como. I comaschi lo devono sapere: o io oppure il Pd.
Chi la critica sostiene che il governo della città sia diventato monarchico. Nessun assessore parla mai con la stampa, poco dibattito in consiglio, pochi interventi dei consiglieri di maggioranza. Cosa ne dice?
Gli assessori lavorano e non vanno sul giornale perché non hanno bisogno di visibilità. Non dobbiamo accontentare questo o quel partito. Per quanto riguarda i miei consiglieri, il gruppo storico è nato nel 2007: sono vent’anni che parliamo e discutiamo, siamo coesi. Non è un caso se le due consigliere che ci hanno lasciato sono state le ultime ad entrare in questa squadra. Non c’è alcuna monarchia: l’unica corona in città si trova nello stemma comunale e l’ho scoperta io. La democrazia non prevede chiacchiere ma un governo eletto dal popolo. Certo, oggi manca il circo a cui eravamo abituati prima, perché io non sono ricattabile. Nessuno mi può chiamare da Roma, Milano o Bruxelles, non devo ringraziare nessuno se sono sindaco. Ho iniziato come consigliere comunale ed essere stato eletto la prima volta ha rappresentato per me l’onore più grande. Un’elezione sudata, palazzo dopo palazzo.
Non avere referenti politici regionali o nazionali limita le possibilità della città?
Non è determinante, perché i capi dei partiti pensano solo a Roma o ai propri interessi. Se poi qualcuno, per fare un dispetto a Rapinese, danneggia la sua città, ne risponderà al momento del voto.
Una delusione in questi quattro anni?
Se la delusione deve essere legata ad un progetto non realizzato, francamente non c’è. Sicuramente c’è stata qualche complicazione, ma sono molto soddisfatto: e del resto nessuno all’esterno può capire bene il lavoro fatto in questi anni, perché nessuno conosce la situazione che ho trovato.
Quali sono gli obiettivi prioritari di questa ultima parte del mandato?
Vorrei che il consiglio comunale si esprimesse sui progetti per la Ticosa, per Muggiò e per lo stadio. Un voto favorevole entro fine mandato significa vincolare il futuro della città in una certa direzione.
Parliamo di qualche altro tema all’ordine del giorno. Viale Geno?
Ho appena affrontato il tema con il dirigente. Voglio partire con i lavori il prima possibile. Ai cittadini interessa che la passeggiata sia riqualificata; non sono interessati agli incassi dei ristoranti e dei bar. Chi si oppone spera di prendere tempo in attesa dell’arrivo di un altro sindaco, ma sbaglia i suoi conti.
I giardini a lago?
Stiamo correndo e speriamo di ultimare almeno una parte entro la fine di giugno. Incredibile, a questo proposito, la polemica strumentale sui ciliegi: il Comune ha semplicemente seguito un parere tecnico. Avrei pagato perché i miei avversari facessero dichiarazioni così assurde, ma loro le hanno fatte gratis. Spero si preparino di più per il prossimo anno perché a me non piace vincere troppo facilmente, a me piace lottare. Prendermela con soggetti non in grado di capire non è nel mio stile.
E i parapetti sul lungolago?
Tutto è nelle mani della Regione. Hanno cercato di rifilarmi il bidone ma non ci sono riusciti: facciano il loro dovere e lo facciano in fretta.
Questione stadio: parlava di un obiettivo prioritario. Ma le critiche su questo tema sono pesanti.
Io non capisco: deve essere calata la qualità dei programmi televisivi, perché le persone hanno davvero tanto tempo libero. Come si fa a criticare un progetto che non c’è? Quando ci sarà il progetto definitivo, l’amministrazione si esprimerà. Però tutti devono stare molto tranquilli e ricordarsi che siamo in Italia: ci sono enti preposti per giudicare la fattibilità di un progetto, specialmente in aree rilevanti da un punto di vista architettonico o ambientale.
Quale è il rapporto tra il sindaco e il Calcio Como? Secondo i critici, la società si sta comprando la città e l’amministrazione la sta aiutando.
Se la famiglia Hartono avesse voluto comprare la città, lo avrebbe fatto attraverso una fiduciaria dell’Isola di Man, con sede in Liechtenstein e ufficio nei Grigioni. Invece, in modo trasparente e alla luce del sole, si interfacciano con il sindaco per investire nella nostra città. Siamo un paese che ha problemi con mafie, evasori, corruttori, società fittizie che nascondono la ’ndrangheta: ma, per la mia opposizione, il problema vero è il mio rapporto con un investitore che, in modo pulito, mette i soldi su un bene pubblico. Assurdo.
Il turismo per Como è certamente un asset ormai fondamentale. Il Comune può fare di più per governare il fenomeno?
Forse una parte di città preferiva il degrado di via Anzani o di alcune periferie invece di avere americani ed australiani che girano per Como e spendono qui i propri soldi. Se qualcuno preferisce vivere in una città tranquilla e senza turisti può andare tranquillamente a Varese.
Capisco, ma ci sono conseguenze anche sul piano dei costi per le famiglie. Penso al tema degli affitti.
Beh, in questo caso posso consigliare a chi desidera un’economia pianificata di trasferirsi direttamente in Corea del Nord. Il turismo è una ricchezza: il sindaco di Lugano spende milioni di franchi in promozione e si arrabbia perché Como viene di gran lunga preferita. Tutte le località investono per attirare persone. E l’overtourism sarebbe un problema per Como? Ben vengano i visitatori.
Tra poco più di un anno ci saranno le elezioni. Lei ha idea di chi la sfiderà?
Non mi interessa proprio. Provo già pena per lui o lei. Saranno dei poveracci coloro che dovranno interfacciarsi con coalizioni composte da quei partiti lì. Un’amministrazione funziona solo se si capisce chi comanda. I candidati di centrodestra e di centrosinistra saranno scelti a Roma o a Milano e quindi ci sarà un utile idiota che, qualora anche fosse eletto, non potrà decidere nulla. Del resto abbiamo già visto tutto questo con coloro che mi hanno preceduto.
Teme più il centrodestra o il centrosinistra?
Sono disinteressato perché sono uguali. Basta vedere il voto in consiglio comunale: dalla sinistra a Fratelli d’Italia, votano nello stesso modo. Hanno addirittura una chat unica dell’opposizione. Cose mai viste. Vedremo quando annunceranno un candidato. Oggi è facile criticarmi, perché sono l’unico in pista. Se lanciano un nome ora, sarà certamente bruciato prima delle elezioni perché ne dimostrerò l’incompetenza. E se lo fanno uscire pochi mesi prima del voto, sarà ancora peggio. Posso dare un consiglio ai partiti?
Prego.
Non presentatevi. Fate una figura migliore.
Quindi lei è sicuro di vincere anche nel 2027?
Non è un mio problema. Io la mia sfida l’ho vinta: da rappresentate d’istituto al Setificio dissi che avrei voluto fare il sindaco di Como. E l’ho fatto. Come primo cittadino sto lavorando per il bene di questa città. Se mi vorranno ancora, bene, proseguirò e c’è ancora tantissimo da fare. So che posso traghettare Como nel futuro, sterminando le lobby malefiche che in questi anni l’hanno tenuta prigioniera. Adesso sono mezze morte, con un mio secondo mandato sarebbero spazzate via. Il mio obiettivo è aiutare Como a cogliere le opportunità, ad attrarre investimenti, contrastando invece chi insegue interessi particolari. Comunque io ho un voto solo, chiederò a mia figlia se mi sosterrà ancora, per il resto, ovviamente, decideranno i cittadini.
E se dovesse perdere?
Se fossi sconfitto certamente onorerei il mandato di coloro che mi voteranno restando in consiglio comunale a fare opposizione. Poi certamente avrei più tempo. Consideri che oggi passo circa dodici ore al giorno al lavoro. Al mattino mi segno su un foglietto tutto quello che c’è da fare e la sera non vado a casa fino a quando tutti i punti sono esauriti. Certo sto spremendo la struttura come un limone, gli uffici sono al limite, ma i risultati si vedono. Penso alla riforma della macchina amministrativa ma anche a tutti i processi di digitalizzazione che stiamo portando avanti: molte novità arriveranno nei prossimi mesi e tanti resteranno stupiti. Sviluppiamo quasi tutto internamente, abbiamo ottime competenze qui a Palazzo Cernezzi e vanno utilizzate.
Comunque vada, resterà nella storia di Como.
Ho raggiunto obiettivi mai sfiorati prima. Ma avrò fatto la storia se riusciremo a portare a termine le grandi opere che abbiamo in cantiere e, soprattutto, se riusciremo finalmente a cambiare la mentalità di questa città. Oggi tutti sanno che ci sono delle regole e che vanno rispettate. Faccio un ultimo esempio per far capire chiaramente il lavoro che abbiamo fatto in questi anni. Da quando c’è Rapinese, a Como ci sono tremila utenze in più che pagano la Tari, la tassa sui rifuti. Prima c’erano numerosi evasori e alcuni non pagavano con la complicità dell’amministrazione che pensava di fare favori, ad esempio alle società sportive. Ma in realtà non faceva un favore, creava un legame non sano. Ora invece tutti pagano, chi fa il furbo viene subito individuato. In questo modo, rimettendolo nella legalità, abbiamo restituito dignità a chi non pagava. Ora gli ex evasori non sono in debito con il Comune ed è giusto che pretendano i servizi comunali.
I suoi rapporti con gli avversari politici e anche con la stampa sono spesso burrascosi. Questo conflitto permamente fa bene alla città?
Dicono che li insulto, ma in realtà io ricevo una quantità spaventosa di insulti. Il conflitto, nelle opportune sedi, fa parte della democrazia. Con la stampa c’è un amore un po’ “litigarello”, ma è un rapporto comunque sano. Tra politica e stampa è giusto che ci sia un controllo reciproco.
Alessandro Rapinese ha un futuro politico oltre Palazzo Cernezzi?
Guardi, attualmente non posso proprio pensare di allontanarmi
dalla mia città per fare politica in modo diverso. Inoltre mi mancano moltissimo gli affari. Il mio lavoro è sempre stato quello del mediatore immobiliare e, in questi anni, il settore va benissimo. Siedo ormai da vent’anni in consiglio comunale: chissà dove sarei con la mia attività se le avessi dedicato tutto questo tempo e queste energie. Inoltre, io non mi affanno più di tanto per il futuro. Purtroppo, per esperienza famigliare diretta, ho un vantaggio rispetto a tanti altri: so benissimo che la vita è breve e che può finire da un momento all’altro, anche senza alcun preavviso. Per questo mi godo la giornata di oggi, cerco di dare il massimo nel tempo che ho a disposizione e poi, nel futuro, si vedrà.
© RIPRODUZIONE RISERVATA