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L’inchiesta I magistrati di Brescia: non emergono prove contro il collega Marco Mancini . Il gip: «Le denunce potevano al più integrare l’abuso d’ufficio». Ma è stato depenalizzato
Lettura 1 min.Como
Un giudice comasco è stato sottoposto per mesi agli accertamenti della Guardia di finanza e della Procura di Brescia, con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio. Il retroscena emerge solo ora, dopo che il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto l’archiviazione delle accuse. Non senza, però, evidenziare a carico del giudice del Tribunale di Como «condotte commesse in violazione di legge e, in un caso, omettendo di astenersi in presenza dell’interesse di un prossimo congiunto». Violazioni che, in ogni caso, non comportano alcun tipo di reato. Anche perché - come sottolineato dal giudice delle indagini preliminari nel provvedimento di archiviazione - «l’antico abuso d’ufficio» è stato «abrogato dal legislatore» e «i fatti oggetto» degli esposti e delle denunce a carico del magistrato comasco «potevano al più integrare i sufficienti indizi» di quel reato che, ora, non è più tale.
Il giudice in questione è Marco Mancini, magistrato della sezione civile, nonché giudice fallimentare che - ancor prima della richiesta di archiviazione - ha chiesto e ottenuto il trasferimento a Monza proprio per evitare qualsivoglia polemica o conflitto d’interessi al netto dell’esito dell’indagine a suo carico.
A dare il via all’indagine una serie di esposti e di denunce provenienti non solo da privati, ma anche dall’ex presidente del Tribunale di Como, Ambrogio Ceron, e dalla Procura lariana.
Il filo conduttore delle segnalazioni giunte a Brescia, riguarda soprattutto la scelta di professionisti nelle procedure fallimentari, con nomi che ricorrono più volte, sostituzioni non sempre motivate, incarichi di dubbia consistenza, rapporti personali o contrattuali con alcuni nominati e singole decisioni giudiziarie giudicate anomale o irregolari.
Un insieme che porta i pubblici ministeri a parlare di «condotte commesse in violazione di legge» e il giudice delle indagini preliminari a riconoscere che i fatti potevano costituire «sufficienti indizi dell’antico abuso d’ufficio», ma che non sono sufficienti - secondo i magistrati - a procedere ulteriormente con un’inchiesta a carico del giudice.
La Procura, nel chiedere l’archiviazione, ha sottolineato come in un caso «Mancini si presta ad essere censurato» per tutta una serie di asserite omissioni e decisioni, in un altro «sono affiorate condotte contraddistinte da tratti di anomalia», e ancora che «il compendio ha evidenziato» come «il dottor Mancini abbia nominato una pluralità di professionisti, ricorrenti, all’interno della medesima procedura» ne «abbia revocato» altri «in maniera ingiustificata», «abbia conferito incarichi dal contenuto evanescente» o ancora «instaurato rapporti personali e contrattuali con i professionisti nominati all’interno delle procedure di cui era titolare».
In ogni caso «aspetti non sufficienti ai fini dell’esercizio dell’azione penale». E così il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione evidenziando come «le indagini non hanno portato ad alcuna evidenza probatoria» e che di conseguenza «non appare corretto né legittimo proseguire in attività di indagini che dovrebbero colmare un totale vuoto probatorio». Contattato il giudice Mancini non ha ritenuto di rilasciare commenti, così come il legale Stefano Marcolini.
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