Arte al posto delle munizioni: un’idea firmata dal Setificio
L’iniziativa Con l’aiuto del gruppo “Frontiere di pace”, gli studenti hanno ricevuto casse di legno che contenevano le munizioni utilizzate dall’esercito russo in Ucraina
Lettura 1 min.Como
In quelle casse di legno verde militare, i soldati russi hanno conservato le munizioni dei carri armati che, settimana dopo settimana, hanno cambiato per sempre le vite degli ucraini. Ora, arrivate a Como attraverso le missioni umanitarie di Frontiere di Pace, sono diventate oggetti d’arte, mostrati per la prima volta ieri sera nell’atrio dell’Istituto Carcano.
«Da ottobre gli studenti hanno seguito questo progetto dal forte significato emotivo - racconta la professoressa Tiziana Tettamanti -. Ed è frutto di una cooperazione tra ragazzi di quarta e di terza. Nelle ore del martedì hanno lavorato insieme per condurre la creatività in questo prodotto, fatto di ricerche meticolose». Mentre gli studenti raccontano una ad una le loro opere, ci si accorge che quei 20 pannelli di legno posizionati sui cavalletti fanno riferimento a un’unica storia - quella del popolo ucraino durante l’invasione russa -che però è stata declinata in racconti visuali diversi. C’è ad esempio un trittico femminile che, in un certo senso, racchiude dentro di sé tutte le mamme fragili, avvolte nel velo del dolore, da quando hanno perso il proprio marito o figlio a causa della guerra. C’è la figura del bambino, a tratti definita, altrove senza volto. C’è una donna che urla, un orecchino di perla perso tra le macerie, un uccello finito nel mirino rosso di un fucile.
Più volte compaiono i girasoli, che sono il fiore nazionale dell’Ucraina. Una coppia di studenti ha unito più tavole assieme, per raffigurare un gruppo di donne in abiti tradizionali, mentre cuciono un tessuto sotto un arco di glicini. Insomma, davanti alla testimonianza della guerra, arrivata al Setificio anche grazie ai volontari di Frontiere di Pace, gli studenti hanno fatto una riflessione, e tracciato “segni di pace” (questo il nome della mostra) su un materiale che, a migliaia di chilometri da qui, era nato per fare la guerra.
A questo proposito Giambattista Mosa, uno dei volontari che fa spola con l’Ucraina, spiega: «Quando recuperiamo questi materiali, lo scopo non è mai fare un museo della guerra, ma utilizzare il tutto per raccontare le persone che incontriamo. A questi studenti non abbiamo dato delle tele prese in un negozio di belle arti, ma materia, anzi materia di guerra. E loro l’hanno trasformata così»
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