Bossi, il ricordo di Luca Leoni Orsenigo: «Ha dato voce a chi non l’aveva»

Il cappio a Montecitorio? «Se tornassi indietro lo rifarei, era un atto necessario per bloccare un colpo di spugna che voleva salvare i partiti dalle loro responsabilità. Grazie a quella protesta, il decreto fu bloccato. Se alla fine sono risultato io il delinquente per un gesto simbolico, mentre gli altri rubavano miliardi, me ne assumo la responsabilità»

Como

Quando la notizia della scomparsa di Umberto Bossi raggiunge le terre del Lario, il pensiero corre immediatamente a quella stagione irripetibile in cui la politica era sedi improvvisate, notti insonni e una rabbia che cercava, per la prima volta, una rappresentanza. Tra i protagonisti di quell’epoca c’è Luca Leoni Orsenigo, ex deputato e storico consigliere comunale della Lega a Mozzate, l’uomo che con un gesto dirompente divenne il simbolo della rivolta contro la “Roma ladrona”.

«Mi sono avvicinato al movimento nel 1987 - esordisce Orsenigo con un filo di commozione. - Vidi quei manifesti a Varese: “Roma ladrona”, “Prima il Nord”. Con un amico un sabato pomeriggio siamo andati in piazza del Podestà a Varese, dove c’era la prima sede storica della Lega, ad ascoltare quello che avevano da dire. Mi ricordo che dal primo pomeriggio tornammo a Como che era notte inoltrata. Siamo stati ad ascoltare quest’uomo che già nel 1987, nel pieno del dominio del Pentapartito, ci stava raccontando di come sarebbe finita la Prima Repubblica. Quando siamo tornati a casa pensammo: “Quest chi l’è matt”. E invece aveva ragione lui».

Erano anni duri, a Como il primo gruppo era composto da appena otto persone. «Ci trovavamo in casa, aspettavamo Bossi che arrivava regolarmente a notte fonda. Restava con noi ore, e poi noi andavamo dritti a lavorare. Tiravano sassi contro le finestre, ci davano dei razzisti, facevamo fatica a trovare candidati per le liste perché la gente aveva paura».

Secondo Orsenigo, il lascito di Bossi non è solo politico, ma morale. «Lui è stato un chiaroveggente. Ha risvegliato un Nord assopito a cui Andreotti diceva: “Toglietegli tutto tranne il lavoro”. Bossi ha creato un’identità, un sogno di libertà e onestà. Se poi il movimento ha preso altre strade, è stato a causa della sua malattia: molti ne hanno approfittato, e questo è stato il vero male».

Il rapporto con il territorio era il cuore di tutto. «Bossi amava stare in mezzo alla gente e ha insegnato a fare lo stesso anche a noi. Non facevamo politica su Facebook: la facevamo nelle sedi istituzionali, ma anche alle feste e negli incontri di piazza. Ci ha insegnato ad andare a parlare con le persone, a guardarle negli occhi e a lasciarsi interrogare su tutto. La gente ti ritiene credibile solo se riesci a convincerla guardandola in faccia; devono poterti fissare per capire se sei davvero una persona perbene. Questo è quello che ci ha insegnato lui».

Impossibile non tornare al 1993, gli anni di Tangentopoli, quando Orsenigo sventolò un cappio nell’aula di Montecitorio. Un gesto che scosse l’opinione pubblica nazionale. «Se tornassi indietro lo rifarei - afferma con fermezza -. Non fu un errore, era un atto necessario per bloccare il “decreto Conso”, un colpo di spugna che voleva salvare i partiti dalle loro responsabilità. Grazie a quella protesta, il decreto fu bloccato e il presidente Scalfaro non lo firmò. Se alla fine sono risultato io il delinquente per un gesto simbolico, mentre gli altri rubavano miliardi, me ne assumo la responsabilità».

Oggi, con la morte di Umberto Bossi, si chiude definitivamente quel libro. Ma per chi come Orsenigo ha vissuto quelle notti, il “capo” resta colui che ha dato voce a chi non l’aveva, trasformando il malessere di una provincia in un progetto di libertà che, nel bene o nel male, ha cambiato l’Italia per sempre.

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