Caso Carducci, la palla passa ai giudici costituzionali
Al centro del contendere c’è una questione preliminare sollevata dal Comune: la presunta irregolarità della delega firmata dalla presidente del Carducci, Maria Cristina Forgione, per avviare il ricorso, ratificata dal consiglio direttivo solo tre mesi dopo
Lettura 1 min.Como
Il noto scontro tra l’Associazione Carducci e il Comune sullo sfratto da viale Cavallotti si sposta a Roma, davanti alla Corte Costituzionale. A fare chiarezza sulla svolta al contenzioso è l’avvocato Massimo Forgione, legale dello storico sodalizio comasco, che ribalta la narrazione emersa dopo l’ordinanza del Tar della Lombardia. Al centro del contendere c’è una questione preliminare sollevata dal Comune: la presunta irregolarità della delega firmata dalla presidente del Carducci, Maria Cristina Forgione, per avviare il ricorso, ratificata dal consiglio direttivo solo tre mesi dopo. Palazzo Cernezzi lo ha indicato come un errore insanabile, invocando l’inammissibilità. Ma, secondo l’avvocato Forgione, non si tratta di una vittoria di Palazzo Cernezzi, tutt’altro.
«Il Tar non ha affatto dato ragione al Comune - precisa subito l’avvocato Forgione -. I giudici amministrativi dicono chiaramente che, secondo loro, la nostra tesi è corretta e che la delega va bene. Sarebbe assurdo il contrario: eravamo davanti al tribunale ordinario e, a seguito del passaggio di giurisdizione al Tar, i tempi per riassumere la causa erano brevissimi. Tra riunioni e adempimenti, c’era il rischio concreto di non fare in tempo, ledendo il diritto di difesa. Per il Tar abbiamo agito bene. Tuttavia, poiché manca una norma espressa nel processo amministrativo che regolamenti questa sanatoria - norma che invece esiste nel civile - il tribunale ha sospeso il giudizio e ha interpellato la Corte Costituzionale per avere un punto fermo».
Secondo il legale, la scelta del Tar di non respingere il ricorso è un segnale evidente: «Se avesse ritenuto fondata l’eccezione del Comune, avrebbe già rigettato la causa definendo la delega irregolare. Invece la ritiene valida, ma preferisce che sia la Corte Costituzionale a fare chiarezza, scrivendo una nuova regola. Leggendo tra le righe dell’ordinanza, sembra quasi che il Tar voglia dire a Palazzo Cernezzi: “Guarda, ti voglio dare torto, ma voglio avere la massima sicurezza giuridica di quello che dico”».
La palla passa dunque a Roma, con tempi stimati tra i 7 e gli 8 mesi. Nel frattempo, però, la situazione a Como resta congelata, e questo non giova a nessuno degli interessati. «Tutto è sospeso - spiega Forgione -. I locali restano nel nostro pieno utilizzo e il Conservatorio non può toccare nulla. Non credo che questa situazione vada nell’interesse del Comune».
La vicenda, ormai, assume anche un peso politico, ricalcando l’intera linea temporale della giunta. «Come legale ho cercato, e cerco tuttora, di trovare una soluzione che possa andare bene a tutte le parti. Non stiamo qui a tirarla per le lunghe: noi siamo sempre disponibili a dialogare, ma a Palazzo Cernezzi bussi e nessuno ti apre. Ormai è una situazione che si trascinerà per tutto il mandato del sindaco Alessandro Rapinese, arrivando fino alle prossime elezioni comunali». Solo dopo il verdetto della Corte Costituzionale la causa tornerà a Como, dove il Tar potrà finalmente decidere se lo sfratto ai danni del Carducci sia giusto o sbagliato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA