Città “cartolina” o da vivere? Trovare l’equilibrio si può

Il dibattito Dopo la nuova raffica di divieti e controlli in città. L’esperto di turismo Colombo: «Gestire il fenomeno con la tecnologia»

Como

Trovare l’equilibrio tra una “città cartolina”, impeccabile per il mercato del lusso internazionale, e una “città vissuta”, che garantisca ai residenti il diritto di abitare gli spazi pubblici, è la sfida cruciale che vede oggi Como al centro di un acceso dibattito tra decoro e identità. Mentre il flusso record di visitatori spinge l’amministrazione verso una linea fatta di divieti e controlli serrati per preservare l’estetica e l’ordine dei luoghi pubblici, cresce il malcontento dei cittadini che si sentono “espropriati” del proprio territorio in nome del marketing territoriale. Questo bivio solleva una questione fondamentale: il successo di una destinazione si misura sulla perfezione museale dei suoi scorci o sulla capacità di rimanere un organismo sociale vivo e accogliente?

«È davvero possibile trovare un equilibrio tra l’immagine da città-cartolina e la natura di città vissuta», esordisce Edoardo Colombo, esperto di innovazione nel turismo, analizzando come il successo di Como possa paradossalmente diventarne il limite. «In Europa vedo città che stanno gestendo l’overtourism con le tecnologie. Bruges utilizza sensori per rilevare gli schiamazzi, Malaga ha telecamere che mappano fino a 50 emozioni diverse sul viso dei passanti per capire lo stato del flusso. Altre realtà usano l’illuminazione pubblica per indirizzare i turisti o forniscono mappe predittive ai negozianti per modulare i servizi».

Il problema, a Como, si avverte soprattutto sui trasporti. Battelli e funicolari, nati come servizi locali, sono oggi terreno di scontro. «In proiezione futura, grazie all’intelligenza artificiale, sarà possibile capire i picchi in tempo reale attraverso i consumi, l’uso delle carte di credito o i dati del telefono - spiega l’esperto -. A quel punto l’amministrazione può dire: “Ok, mi adeguo”, potenziando i servizi in modo che siano sostenibili per entrambi. Il rischio, altrimenti, è che aumentino le frizioni, portando a un ambiente non sereno».

Sul rischio di un’estetica che scaccia la socialità, Colombo è cauto ma diretto: «Quello che è importante è capire quanto la ricchezza che porta il turismo sia ben distribuita sul territorio. Se questa ricchezza non arriva ai cittadini, l’equilibrio salta e il residente inizia a percepire il turismo solo come un fastidio. Dobbiamo smetterla di agire per emergenze, rincorrendo il problema solo quando la piazza è già satura o l’aiuola è calpestata. La tecnologia ci permette di non essere più spettatori passivi del successo, ma registi di un ecosistema dove il lusso convive con la quotidianità senza che l’uno debba necessariamente escludere l’altra».

Ma come si evita che i residenti finiscano per “odiare” i turisti? «Serve una pianificazione che valuti provenienze, volumi e capacità ricettiva - spiega Colombo -, mettendo sul piatto l’indotto ma anche i costi sociali. Un’amministrazione non deve subire il turismo intervenendo a posteriori, ma deve avere chiaro quali azioni fare, anche in termini di promozione mirata. Valencia, ad esempio, analizza persino i consumi di Co2 dei turisti per decidere chi attrarre».

Il futuro di Como, dunque, non si gioca solo sulla bellezza dei suoi scorci, ma sulla capacità di non trasformarsi in un ambiente sterile con una pianificazione scientifica che rimetta al centro chi la città la abita ogni giorno.

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